

Volentieri pubblichiamo un articolo della newsletter ‘Medicina di genere’ del gennaio scorso a cura del Centro Studi Nazionale su Salute e Medicina di Genere, Gruppo Italiano Salute e Genere e Centro di riferimento per la Medicina di Genere dell’Istituto Superiore di Sanità per il continuo e capillare lavoro che le ricercatrici portano avanti evidenziando come un approccio di genere ,che tenga conto anche delle condizioni geografiche e socioeconomiche, possa essere un valore aggiunto per il nostro paese. Speriamo che i dati che emergono dalle ricerche in corso possano sempre più sensibilizzare la comunità scientifica, commerciale e politica sul vantaggio in termini di risorse economiche e strumentali in una popolazione che continua ad invecchiare e che è necessario invecchi meglio possibile per mantenere una sostenibilità del sistema sanitario ed assistenziale.
Negli ultimi anni si sono consolidate due consapevolezze fondamentali: la prima, che non è possibile immaginare una medicina personalizzata che non sia anche una Medicina di Genere; la seconda, che un approccio alla salute sesso-genere-specifico è un fattore di sostenibilità sociale ed economica, oltre che di equità. Comprendere e gestire correttamente le differenze, infatti, significa garantire cure più efficaci, ridurre gli sprechi e costruire sistemi sanitari più resilienti. Eppure, il potenziale di questo approccio è ancora lontano dall’essere pienamente realizzato.
L’Italia, come noto, è un caso emblematico. Nonostante donne e uomini continuino ad avere oltre 4 anni di differenza in termini di speranza di vita alla nascita, il “vantaggio” rimane puramente numerico: le donne continuano a vivere un terzo della loro vita in condizioni di salute compromessa (32%), un quarto gli uomini (25,4%)1.
Questo dato riflette un quadro più ampio: maggiore esposizione alle patologie croniche, carico più elevato di disabilità e, di conseguenza, impatto significativo su partecipazione lavorativa e qualità della vita. A ciò si aggiungono diverse criticità strutturali.
La sotto-rappresentazione femminile negli studi clinici, la maggiore probabilità di sperimentare reazioni avverse ai farmaci e il rischio di sotto-diagnosi in diversi ambiti di patologia contribuiscono a creare percorsi di cura spesso meno tempestivi e adeguati. Il risultato è un insieme di inefficienze che gravano sia su cittadine e pazienti sia sul sistema sanitario, con un impatto economico non trascurabile.
Le analisi realizzate da The European House – Ambrosetti (TEHA) nell’ambito della Community Salute delle Donne stimano che il cattivo stato di salute femminile costi ogni anno 144 miliardi di euro, equivalenti al 6,8% del PIL italiano2. Un burden che comprende al suo interno costi relativi all’assistenza sanitaria, giornate di lavoro perse e ridotta produttività, e che si concentra per il 44% in età lavorativa, con effetti diretti su competitività e crescita del Paese.
Una piena integrazione della Medicina di Genere nei protocolli sanitari rappresenta, in questo quadro, una leva strategica. Secondo le stime di TEHA, un insieme coordinato di interventi in prevenzione (stili di vita, screening, immunizzazione), diagnosi tempestiva e trattamenti adeguati potrebbe contribuire a liberare un potenziale economico inespresso pari al 2% del PIL3. Questo risultato non richiede trasformazioni radicali quanto piuttosto un utilizzo più efficiente delle risorse già disponibili: percorsi di screening più equi, una migliore aderenza terapeutica, interventi precoci su fattori di rischio e patologie ad alta incidenza femminile, e una distribuzione più mirata delle risorse in base ai bisogni reali delle pazienti.
Andando a colmare le lacune di alcune iniziative esistenti e sfruttando le infrastrutture già presenti per la loro erogazione, interventi di questo tipo comporterebbero non solo un investimento limitato, ma anche un beneficio significativo nel medio-lungo periodo. Significa, a conti fatti, ridurre gli errori diagnostici, personalizzare i percorsi di cura, evitare trattamenti poco efficaci o inappropriati. In questa prospettiva, la Medicina di Genere dovrebbe essere considerata non come un ambito specialistico, ma come principio organizzativo del sistema sanitario in grado di liberare valore oggi disperso.
Per un Paese come l’Italia, caratterizzato da un forte invecchiamento e da una crescente pressione sul sistema sanitario, si tratta di un investimento strategico, capace di generare benefici duraturi che si estendono oltre il piano clinico. Una piena implementazione della Medicina di Genere, e ancor di più di una Medicina delle Differenze, permetterebbe di considerare le persone nella loro interezza mettendo a valore tutte le variabili che determinano la salute, con un impatto positivo, come dimostrano i dati, sulla popolazione femminile e sul resto della collettività. Investire nella Medicina di Genere non è dunque un costo aggiuntivo, ma l’opportunità concreta di fare un investimento che genera valore.
1 https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/11/01-Salute.pdf
2 https://healthcare.ambrosetti.eu/it/community_salutedelledonne
Dott.ssa Irene Gianotto
The European House – Ambrosetti, Practice Healthcare, Project Coordinator, Community Salute delle Donne Irene.gianotto@ambrosetti.eu