

Una nota bibliografica che precede un’ampia rassegna di ben 9000 articoli ha attratto la nostra attenzione! La nota bibliografica compare in aprile 2025, pubblicata da UPO (Università del Piemonte Orientale, Aging Project) ed è a cura di Erika Bassi.
L’argomento della rassegna riguarda la complessità assistenziale negli anziani che vivono a domicilio e che hanno un’età superiore a 65 anni[1]. Gli autori della rassegna individuano solo quattro studi idonei nei quali sono indicati gli strumenti per permettere la valutazione della complessità dei bisogni sociosanitari degli anziani.
Gli autori “sottolineano l’importanza di integrare fattori psicosociali, ambientali e clinici nei processi valutativi per sostenere il processo decisionale, in particolare per gli infermieri che operano in contesti comunitari privi di équipe multidisciplinari strutturate”, come riporta Erika Bassi nella sua recensione. “I servizi infermieristici che operano a livello domiciliare e comunitario rivestono un ruolo fondamentale nell’ identificazione e nella gestione di questi bisogni. Tuttavia, non esiste una definizione condivisa di ‘complessità’ né strumenti validati per misurarla”. Uno degli strumenti migliori definisce la complessità come “l’interazione di fattori nella vita di una persona (biologici, psicologici, sociali, ambientali e relativi ai sistemi di supporto)” e “valuta sei ambiti: coinvolgimento, bisogni clinici, contatto sociale, famiglia e caregiver, risorse e sicurezza”.
Erika Bassi mette in evidenza che questa revisione “porta alla luce l’assenza di una definizione condivisa del concetto di complessità” e che i risultati incoraggiano a superare il modello puramente bio-medico, promuovendo un “approccio centrato sulla persona, che includa benessere psicologico, reti sociali, sicurezza ambientale e obiettivi personali”.
Non posso che concordare con le posizioni sostenute nella poderosa ricerca su ben 9000 lavori scientifici: caso mai ciò che colpisce è l’esiguità del numero di ricercatori che si occupano di una integrazione di fattori complessi di diversa natura. Tanto più che, proseguendo nella lettura della recensione, i quattro lavori si riducono a due, se si tiene conto di un “approccio realmente olistico, che integra dimensioni biologiche, psicologiche, sociali e ambientali”.
Eppure, a mio parere manca ancora una dimensione. Con un gruppo di Donne-in veniamo da una consistente riflessione sulla nostra età anziana: abbiamo cominciato ragionando su “depressione” e “tristezza”, dando al termine depressione il significato di malattia psichica, e a “tristezza” quello del dolore umano, davanti alle paure e alle perdite. Esiste qualcosa di umano che ci aiuta nella tristezza, e che può lenire la disperazione e lo sconforto che talvolta incontriamo nel processo di invecchiamento? Il dolore e la tristezza causate dalle paure, dalle perdite a cui andiamo incontro possono trovare rimedio solo nei farmaci? Ci siamo allora concentrate sulle esperienze di “cura” e su questo stiamo ancora lavorando. Non è facile mantenere la rotta in questa ricerca, ma tante esperienze di ciascuna di noi ci portano a continuare nella nostra ricerca.
Il concetto di “cura” ci pare particolarmente interessante. E’ un concetto che attualmente viene ripreso da diverse discipline, ad esempio dalla giurisprudenza negli studi sulla giustizia riparativa, dalla psicoanalisi negli studi sull’attaccamento e negli studi sui sentimenti motivazionali, da studi psicologici sulla formazione delle istanze superegoiche, ecc. Ma trova una difficile collocazione all’interno dei concetti presenti nella nostra cultura e del vivere sociale.
Nella recensione riportata pare che l’aspetto della cura, difficile da definire, compaia in qualche modo nella espressione “approccio realmente olistico, che integra dimensioni biologiche, psicologiche, sociali e ambientali”, ma non trova uno spazio ed una propria collocazione precisa, resta un concetto sfumato. Nel nostro gruppo di ricerca le espressioni più chiare del concetto emergono in racconti precisi e profondi di esperienze di vita di ciascuna di noi, non in una definizione razionale del concetto. Certamente ci è stata molto chiara la differenza tra “prendersi cura” e “fare assistenza”, la differenza ad esempio tra un volontariato in qualche modo asettico e un volontariato “sentito”.
Siamo ancora alla ricerca di poter meglio cogliere gli aspetti di cui avvertiamo la profondità, la necessità e la profonda umanità, ma che è stato espunto nella nostra cultura e nel nostro linguaggio. La stessa mancanza la ritrovo leggendo la recensione di Erika Bassi: oserei dire che gli strumenti più apprezzati dai ricercatori sono quelli che includono “la cura”, ma anche loro soffrono della stessa carenza di precisione rispetto ad un concetto tanto importante.
Vorrei concludere che questa carenza di “parola” e di pensieri riguarda proprio una funzione e una specializzazione che comunque caratterizza in particolare il femminile: è il nostro corpo di donne che è specializzato in alcune funzioni di cura del piccolo umano.
Eugenia Omodei Zorini
[1] Boak J., Rasekaba T., Baxter P., BlackberryI., How is complexity measured and detected among community dwewlling older people aged 65 years and over? A scoping review. J Adv Nurs. 2024 Jan;80(1):84-95. doi: 10.1111/jan.15824.
1 Commento
Grazie della recensione. Vorrei suggerire di evitare l’uso del solo maschile grammaticale parlando di autrici, infermiere, ecc. Ci sono inoltre strategie, che usa la stessa Erika Bassi, per parlare di donne e uomini insieme come: persone anziane, servizi infermieristici senza far scomparire le donne.