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Frequento un corso di Teatro….. e l’età non conta!

Vi racconto la mia storia

Un giorno ricevo una telefonata dalla mia amica Caterina e mi dice che quest’anno frequenterà un corso di teatro (composto da sole donne) tenuto da un regista la cui esperienza di lavori teatrali è con attori non professionali, per lo più appartenenti a gruppi particolari o emarginati, come i carcerati e le carcerate.

La descrizione che fa è molto bella e mi incuriosisco. Mi chiedo subito come sia possibile recitare, fare teatro pur essendo digiuni di recitazione? Le chiedo di dirmi chi sono le donne che fanno teatro insieme a lei, la loro età; scopro che hanno più di settant’anni, non hanno esperienza di recitazione eccetto una, la ottantasettenne. Sono per lo più donne professioniste ora in pensione o che hanno rallentato molto il loro impegno lavorativo. Per me è una sorpresa, essendo convinta che coloro che frequentano le scene sono donne giovani o adulte, ma non vecchie!

Caterina è una donna che frequenta molto il teatro, al contrario di me che sono una frequentatrice discontinua; avendo ridotto i suoi impegni racconta che quest’anno si vuole prendere più libertà e vuole fare teatro per sé, per divertirsi.

Mi chiede di iscrivermi al gruppo, io nicchio e prendo tempo; arriva il giorno in cui devo decidere e dico “guarda Caterina non ce la faccio, ho altri impegni”, lei mi ascolta poi aggiunge “io ci tengo a fare questo corso insieme a te”. Quelle parole affettuose attutiscono la mia paura di affrontare quel mondo sconosciuto e mi iscrivo.

L’ingresso nel gruppo è piacevole, nei primissimi incontri il regista parla molto e spiega (non tutto mi è chiaro) cose basilari; intuisco che conosce e sa scrutare la complessità dell’essere umano. Afferma che l’età non è un problema, così recitare a memoria, ma come sia possibile non lo so. Suppongo che l’abilità risieda nel riuscire a mettere in piedi uno spettacolo che si concentra nella valorizzazione delle diversità, oppure – mi dico – nella recitazione si capovolge ciò di cui siamo convinti e il problema si sposta su altri piani. Gli incontri vanno avanti e la mia nebbia mentale inizia a dileguarsi lentamente. Facciamo progressi, chi più chi meno, e tutte arriviamo alla prima performance in un teatro di periferia, dove la sceneggiatura preparata valorizza i pezzi di Spoon River che recitiamo. Il pubblico numerosissimo ci applaude, arriva il Sindaco a congratularsi. A me sembra tutto un po’ surreale.

Fare teatro come lo sto sperimentando è veramente divertente, mi misuro con dimensioni del mio corpo prima sconosciute, scopro molte cose e arrivo a dire a me stessa ‘ma perché non lo hai fatto da giovane?’

Tuttavia, una curiosità continua a occupare i miei pensieri; sono stupita da come le donne vivono la vecchiaia, e sono persuasa che essere così vitali non è riconducibile semplicemente a: sono attive.

È vero, le donne fanno mille cose, oltre ad occuparsi di nipoti, frequentano corsi di ginnastica, teatro, danza, cucito, e altro ancora. Affollano le Università della terza età, partecipano a gruppi dalle iniziative molteplici, e sono impegnate nel volontariato.

Appartengono a una generazione che ha conquistato l’emancipazione e hanno lottato per conquistare diritti, libertà e ancora sono determinate a non scomparire dalla scena del vivere. Il sogno perseguito non è la fine della realtà che cercavano. Restano trasgressive.

 

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