Nudi alla meta
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Il mio giardino persiano

Mahin vedova da 30 anni, coi figli che han lasciato Teheran per l’Europa, vive sola in una bella e grande casa. Vede le amiche una volta all’anno e durante quella riunione una di loro le rammenta che un uomo accanto sarebbe importante. Sicché si reca in un ristorante frequentato da anziani signori. Rimane colpita da uno di loro -Faramarz- ex soldato e ora tassista. Gli chiede di accompagnarla a casa in taxi per poi invitarlo a entrare e passare con lui una meravigliosa serata, che pare la fine delle loro solitudini e l’inizio di un tardivo amore. Potrebbe quasi essere una sorta di commedia americana, di quelle “tutte in una notte” con Liz Taylor o Katharine Hepburn. Ma siano in Iran e questo cambia tutto, perché l’unione fra due cuori solitari assume un significato politico, ovvero del rifugiarsi in una sfera totalmente privata e protetta dalle assurde imposizioni e restrizioni di un regime disumano, che priva di ogni libertà: in primis delle più elementari manifestazioni affettive ed estetiche, sorvegliate dalla polizia morale, pronta a sbatterti in prigione per una carezza o un foulard che lascia scoperta una ciocca di capelli. La notte, in un’unità incantevole di tempo e di luogo, di Mahin e Faramarz assume quindi nella sua ingenua dichiarazione di affetti, la forza di un grido di libertà, non a caso stroncato dal destino, come da una mannaia che la desolazione dittatoriale fa cadere in ogni caso sulla felicità.  Quella che pareva una commedia, si trasforma in una tragedia cupissima, come tutto il contesto in cui è calata, che non risparmia niente e nessuno, facendo anche delle piccole gioie qualcosa da punire. Un film umano e umanistico, capace di trasformarsi di colpo in una metafora politica acuta, tagliente e amarissima. Con un’attrice grandiosa come Lili Farhadpur, versione orientale dell’immensa Kathy Bates. 
https://youtu.be/WPS1dfdSizY?si=hLDgA4hM5l_C0j6a

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