

Qual è il sentimento, la sensazione che ci rende così contrari all’idea di abitare in una RSA quando la nostra autonomia dovesse diminuire?
Probabilmente pesa molto l’esperienza che quasi tutti abbiamo avuto accompagnando o visitando in queste strutture persone conosciute o amate: spesso ne abbiamo ricavato impressioni negative. Se dovessimo descrivere le sensazioni provate, parleremmo di senso di solitudine e di isolamento, di infantilizzazione, di un’attenzione rivolta soprattutto alla cura medica più che alla persona nella sua interezza, con i suoi bisogni psicologici e sociali.
L’ambiente che ne deriva -persone trattate e gestite con modalità infantili e poco rispettose della dignità, senza alcuna attenzione alla peculiarità e alla storia personale dell’individuo- contribuisce ad allontanarci ulteriormente, trasmettendo la sensazione di essere giunti all’ultima fermata, più che a una stazione da cui proseguire per una nuova esperienza di vita. Le RSA sono state interiorizzate più come luoghi di cura simili a un ospedale che come luoghi di vita, capaci di offrire una continuità con l’esistenza che si conduceva nella propria casa, seppure in condizioni più protette.
Ma allora, come si potrebbe immaginare una RSA che ci faccia dire: “Perché no?”
Certamente non un luogo in cui la priorità assoluta sia evitare qualsiasi rischio, fino quasi a impedire di vivere. Piuttosto uno spazio in cui si possa continuare la propria vita sentendosi rispettati nella propria intimità, nella capacità di autodeterminarsi, nei propri ritmi e nelle proprie abitudini, così come si è sempre fatto a casa propria. Allo stesso tempo, dovrebbe essere un luogo in cui sentirsi al sicuro, con la possibilità di ricevere aiuto in qualsiasi momento del giorno o della notte, senza però sentirsi costantemente sorvegliati o eccessivamente protetti. Un’utopia? No. Tuttavia, tutte le rivoluzioni – o anche i semplici cambiamenti – sono estremamente difficili da avviare, perché si scontrano con abitudini radicate e con l’inerzia che spesso impedisce di mettere in discussione lo status quo, in questo caso da parte delle istituzioni e persino dei gestori privati.