

Mariano de Santis è il Presidente della Repubblica Italiana. Lo vediamo nei suoi ultimi sei mesi di mandato. Ma soprattutto Paolo Sorrentino fa una radiografia impietosa di un maschile che ha rinunciato a ogni emozione, sentimento autentico e a ogni ipotesi di sensibilità, da relegare alla femminilità.
Non a caso è soprannominato Cemento Armato, ha scritto un Manuale di Diritto Penale detto il K3 sia per la mole, che per la ricerca ferrea del senso della norma. Ipercontrollato, sorvegliato a vista dalla figlia Dorotea, ancella della sua salute e giurista pronta a correggere e rivedere leggi che il padre postdemocristiano non firmerà mai. In particolare quella sull’eutanasia.
Inoltre giungono due richieste di grazia per due omicidi. Eppure di fronte a quell’uomo granitico appare il fantasma di Aurora, la moglie defunta e amatissima, ma soprattutto la depositaria delle sue emozioni schivate e non vissute. E insieme il tarlo di un tradimento da parte della donna avvenuto molti anni prima, senza sapere con chi.
Solo Coco Valori, l’amica confidente critica d’arte di Mariano, donna cazzuta e spiccia, lo sa ma non vuole rivelarlo. E invece durante un lungo pianto a due in taxi con Mariano (sequenza siderale) ne farà il nome e li sarà la conferma di tutto. Ovviamente lo tengo segreto, ma la rivelazione di Coco confermerà quanto ad Aurora mancasse il lato sensibile di Mariano.
Insomma un fallimento esistenziale totale, che Mariano si trova a constatare anche con la partenza della figlia stanca di fargli da balia senza alcuna riconoscenza e la morte di un cavallo simbolo della forza primordiale dell’inconscio.
Inizia così un percorso di lacrime che spuntano da ogni dove (l’astronauta in diretta) e che sciolgono poco a poco il cemento armato di Mariano, rendendolo meno inaccessibile e più umano.
Al punto che firmerà leggi inimmaginabili prima di andarsene e concederà una grazia entrando nei parlatori delle carceri come un normale cittadino (per me la scena più bella e commovente del film) a contatto coi parenti degli altri detenuti. Sorrentino, a parte qualche trovata post pop che non manca mai, firma un film semplice, bellissimo e rigoroso.
Come un teorema del grande Fabio Carpi e vicino a quello che è il film più bello di Marco Bellocchio “Salto nel vuoto”. Esteticamente senza sbavature e geometrico anche nelle tonalità cromatiche della sodale Daria D’Antoni, annovera un Cast di assoluta perfezione: Toni Servillo irraggiungibile maschera disumana che col potere e il diritto si è quasi ridotto a reperto anatomo patologico (ma Sorrentino lo salva in extremis), Anna Ferzetti centratissima come figlia negata dal padre e Milvia Marigliano, grande attrice di Teatro, che disegna con Coco una figura indimenticabile complessa e ambigua, che avrebbe meritato la Coppa Volpi a Venezia pari merito con Toni Servillo.
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