

Abbiamo già dato notizia in passato della decisione governativa di non procedere alla rivalutazione delle pensioni per adeguarle al costo della vita e garantire ai pensionati il mantenimento del potere d’acquisto a fronte dell’aumento del costo della vita, ma nel frattempo ci sono stati ricorsi in giudizio (non ancora definitivi) ed una pronuncia della Corte Costituzionale che si dichiara favorevole a questo “raffreddamento” soprattutto per gli assegni più alti (la mancata rivalutazione delle pensioni riguarda quelle a partire da 4 volte il trattamento minimo e cioè 2.271 euro lordi al mese che sono 1.500 euro netti circa). Il direttore di Itinerari Previdenziali Alberto Brambilla sia sul Corriere della Sera che sul suo sito, introduce una riflessione a questo proposito che va oltre il “danno” economico subito dai pensionati in questi 11 anni di mancata o parziale rivalutazione, parlando di fiducia e di assenza di certezza del diritto. La Corte in effetti sancisce che la mancata rivalutazione delle pensioni oltre i 2.271 euro lordi, è da considerarsi una misura economico-previdenziale che il governo può attuare per favorire una progressiva riduzione del debito pubblico. Ma, dice Brambilla, “se ogni governo, in modo discrezionale, può fare nuovo debito e cambiare le regole del gioco, perché mai i giovani dovrebbero fidarsi e pagare enormi contributi per 30/40 anni per vedersi poi magari ridurre le pensioni del 50% perché l’esecutivo di turno non ha più soldi? Inoltre la Corte, dal punto di vista tecnico, non ha neppure preso in considerazione che una parte consistente delle pensioni sono frutto di ricongiunzioni onerose, contribuzioni volontarie o riscatti di laurea.”
Di certo davanti a questa sentenza non si leveranno da parte dell’attuale Governo gli abituali insulti e le accuse di sinistrismo dei magistrati, possiamo esserne certe. Ma noi che nel nostro vivere, aiutare, conservare, difendere, abbiamo una percezione forte della fragilità economica e sociale dei nostri giovani, possiamo raddoppiare le nostre preoccupazioni e la nostra rabbia: noi più povere e i giovani sempre poveri e sempre meno incentivati a restare in Italia, a fare figli e sempre più sfiduciati verso una società che precarizzando il lavoro lo ha svalorizzato, prospettando un futuro da “imprenditore di sé stesso” ( la leva su cui spingeva il berlusconismo) che non c’è o meglio sembra esserci solo nell’oceano di partite IVA, di lavoro nero, di salari precari e da fame: un disegno culturale e politico per indebolire le nuove generazioni e seppellire vecchi arnesi come la solidarietà, anche quella fra generazioni, il concetto di bene comune e di stato sociale. Che la pensione non sia una roba da “travet” è sotto gli occhi di tutti gli onesti, ma la battaglia culturale è silenziosamente in corso.