La valigia per il mare
Giugno 9, 2021
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L come Languishing

Come stai? Boh, come sto!… Non riesco a percepire come sto…, a definire le mie emozioni, lo scontento. Questa è una delle risposte emblematiche delle persone che hanno difficoltà a esprimere ciò che provano dopo una pandemia di così lungo termine e carica di lutti e di paure. Proviamo qualcosa ma non sappiamo cosa sia; anche con la prospettiva di essere immunizzati dal vaccino, non riusciamo a essere contenti e a capire come stiamo vivendo.

Non siamo depressi, non ci sentiamo inutili, sebbene l’insoddisfazione e la mancanza di obiettivi ci assalgano.

Tale condizione collettiva ha un nome. Adam Grant, psicologo della Wharton University (Pennsylvania), l’ha definita languishing per dire che percepiamo “un senso di vuoto, di paralisi. È come dire che ti senti in confusione e guardi alla tua vita attraverso un vetro appannato”. La tua stessa felicità e infelicità sembra non riguardarti più tanto. Una parte del danno della condizione definita languishing è “il non avere la percezione che stai scivolando nella solitudine, sei indifferente alla tua indifferenza e se non riconosci la tua sofferenza, non cerchi aiuto e non fai molto per aiutarti”. È una condizione in cui le persone non sono depresse ma neppure fioriscono. L’aver vissuto collettivamente emozioni intense (la paura, l’angoscia della conta dei morti, l’ansia di essere contagiati) ci ha dato un vocabolario comune per capire e per esprimere come stiamo vivendo una esperienza per noi nuova. Purtroppo, dice Grant, dal nostro vissuto collettivo non abbiamo ricavato ancora strumenti e cognizione per superare il senso di vuoto e di melanconia e per ricominciare a vivere.

 

 

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