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Tra la chiocciolina e il paguro: progettare la vecchiaia

 

Quando ho chiesto alle mie amiche e conoscenti (che viaggiano sui settanta anni e più) cosa pensano e se hanno delle preoccupazioni circa la loro sistemazione abitativa, hanno risposto con piglio deciso che vogliono continuare a vivere nella loro casa.

Il bisogno di casa, di restare ad abitare nella casa dove si è vissuti è più forte con l’avanzare dell’età. “Tanto più si è vecchi tanto più sono profonde le radici, e quindi tanto più è difficile da sopportare lo sradicamento”, ha scritto Noberto Bobbio. Ed è un sentimento diffuso, non limitato solo all’Italia e al presente segnato dall’esperienza della pandemia; già nel 2016  il 90% degli americani dai 65 anni in su dichiarava di voler abitare nella propria case in vecchiaia (The New York Times, 3 maggio 2016).

Alla scelta di continuare a vivere nella propria  casa si è spinti da molteplici ragioni: la paura di perdere l’indipendenza, ma anche il luogo che conserva ricordi, affetti,  il bisogno del contatto con gli oggetti e i libri accumulati negli anni. Poi ci sono ragioni pratiche, il quartiere con le facilitazioni che offre nel quotidiano e le relazioni custodite negli anni, che permettono di vivere più facilmente una vita soddisfacente. Nonché la possibilità di muoversi facilmente con i trasporti e di gioire di eventi culturali e sportivi, senza dipendere da altri.

Per altri anziani questi progetti non sono immaginabili poiché i deficit di mobilità o altre disabilità li obbligano a scelte diverse dipendenti, come sono, dal bisogno di aiuti e di cure continue. Il processo di invecchiamento non è uguale per tutti e, in genere, è scandito da stadi diversi e perdite di autonomia. Ci sono molte vecchiaie e molte sono le variabili che concorrono a definirle.

Non mancano segnali che fanno capire che gli over 70 affrontano questa fase della vita  con modalità diverse. I mutamenti sociali avvenuti spingono la popolazione anziana verso un lavoro di preparazione e di progettazione del proprio futuro, che consenta loro di essere attori attivi delle proprie scelte e dei propri pensieri, invece che recettori passivi. Certamente il tempo davanti a noi è più limitato a confronto con le altre fasi della vita. Ma avere un progetto su se stessi è una chiave per riaffermare i propri interessi fondamentali e i valori che ci guidano e in cui ci identifichiamo.

L’allungamento medio della vita e il protrarsi della vecchiaia sollevano  problemi e necessità che richiedono modalità nuove per affrontarli; e uno spirito attivo e di autodeterminazione è la risposta alla rottura del paradigma della vecchiaia affidata alla cura dei figli. Venuto meno quel sostegno occorre indirizzare lo sguardo alla progettazione di servizi innovativi con soluzioni che inglobino anche le esperienze e il sapere accumulato da quella generazione di donne testimoni e interpreti del cambiamento del modello di cura. Quelle donne, abituate anche a pensare collettivamente, possono contribuire alla progettazione delle condizioni che riguardano il proprio futuro rimettendo in circolo un sapere espunto dal sapere sociale.

La pandemia ha dimostrato il fallimento delle strutture, delle RSA, dei servizi progettati e pensati, sul finire del secolo scorso, per la popolazione anziana. Con quel progetto si doveva rispondere ai mutamenti sociali avvenuti e trovare una collocazione adeguata tenendo conto delle esigenze del mondo moderno. Tale idea era un modo per prendersi carico della frattura che è avvenuta con il cambiamento del ruolo della famiglia nella società.

Quel progetto, pur mancante di una profonda riflessione sulla condizione umana e di un modello politico, è stato accettato da tutti. Non ci furono proposte alternative efficaci e significanti, né ci furono movimenti di protesta portatori di visioni diverse (come invece ci furono per l’infanzia e la scuola nei decenni precedenti). Non ci interrogammo a quale idea di umanità rispondessero e a quale cultura della vecchiaia si ispirassero quelle strutture per anziani che ci venivano proposte. Ma se ci guardiamo bene ora (e il covid-19 lo ha disvelato) quelle soluzioni facevano leva sulla “cultura della marginalizzazione” degli anziani, che indebolisce il gusto della vita e li sollecita ad abbandonare l’autodeterminazione.

E’ tempo che noi anziane e anziani ci occupiamo di come affrontare il nostro invecchiamento, come  progettare la nostra vecchiaia anche per uscire dall’indeterminatezza del ruolo che la società ci assegna. Durante la pandemia abbiamo vissuto e viviamo in un grave paradosso: siamo percepiti sia come una minaccia sia come un salvagente. “I vecchi sono un costo, portano via i posti ai giovani, sono improduttivi, occupano i letti degli ospedali togliendoli alle generazioni di giovani”  questo ragionamento suggerisce che debbano essere emarginati. Al tempo stesso sono considerati una risorsa insostituibile per gli aiuti che danno nell’allevamento dei figli o per i sostegni economici ai loro famigliari.

Credo che di fronte a questa situazione drammatica, la politica debba sforzarsi di proporre un progetto che sappia tradurre in pratica la bella metafora di Enea che lascia Troia in fiamme con il vecchio padre sulle spalle e il figlioletto per mano. Non si cambiano le strutture e non si progettano servizi adeguati per anziani se non si ricolloca la vecchiaia nel ciclo della vita e se non si definisce il ruolo dei vecchi nella società.

 

2 Commenti

  1. Anna ha detto:

    Tema interessantissimo per il quale mi candido caso mai dovesse essere all’origine di una ricerca; trovo che le RSA siano una delle ultime “istituzioni totali” dopo l’abolizione dei manicomi e degli orfanotrofi; occorre trovare forme alternative, non tanto il co-housing (per non parlare del temibile senior co-housing), ma fondate soprattutto sulla città dei 15 minuti, sulla medicina territoriale e di prossimità e sull’accessibilità a cure domiciliari; parliamone; segnalo che a Nestore è partito ieri un gruppo di lavoro sul co-housing che forse si fonderà proprio su un sondaggio per capire l’atteggiamento degli anziani sull’abitare, prox incontro su zoom 11 maggio h10, sara’ possibile trovare delle sinergie? Grazie!

    • valeria ha detto:

      grazie Anna della tua disponibilità, preziosa anche per competenze specifiche. Lo speriamo, mi riferisco alle sinergie. un abbraccio

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