Ma Cosa ti dice il cervello?
Settembre 29, 2025
La cicala parlante: Sorridi C’è La Telecamera
Settembre 29, 2025
Mostra tutto

 Invecchiamento e Piccole Anarchie: un binomio vincente

Arrivo ai 70 anni con un pesante bagaglio di sensi del dovere e sensi di colpa: educazione cattolica e militanza nella sinistra. Ma, la costruzione di sé non finisce mai come ci dice Hillman nella “Forza del carattere”, e quindi nuove scoperte e nuovi approcci: gli obblighi e i doveri continuano e diventano gabbie un po’ arrugginite che restringono i movimenti fisici e mentali. Il mio adorato cugino quando sintetizza il suo stato di “vecchio signore” dice “la vecchiaia accorcia tutto: passi, pensieri, tendini, prospettive, desideri” e un po’ è colpa delle nostre infrastrutture interiori.

L’apertura al nuovo e la ricerca del continuo migliorarsi mi avvicina alla pratica buddista e nella meditazione cerco di fare entrare un concetto che non avrei mai osato frequentare prima: il diritto alla felicità. Il buddismo è grande disciplina e costanza e si rivolge alla nostra mente. Governare la mente perché le nostre azioni si rivolgano al diritto/dovere di realizzare le cose che ci fanno felici. Scrollarsi di dosso una mente che mi giudica e controlla e, a volte, mi boicotta da 70 anni è dura, ma il cammino è lungo e molto gratificante e spero di avere il tempo per ottenere qualche successo.

Ma intanto rifletto sulle “gabbie” e sui “riti” dentro le quali e intorno ai quali gira la nostra vita ora.  Si sa che i riti, le abitudini e le consuetudini danno sicurezza e più siamo sole e più questa “salvezza” viene praticata per rafforzare la nostra identità: non si tratta di azioni complesse, ma banali rassicurazioni che colorano la nostra realtà con delle sfumature che ci “fanno stare in pace con noi stesse”. Vero? Mah!

Per fare grandi rivoluzioni ci vuole grande coraggio e purtroppo la natura ne distribuisce poco alla nascita, e l’educazione alla modestia ed all’umiltà fanno la loro parte nel distruggerlo. Allora lanciamoci in piccoli gesti anarchici che non destabilizzano la complessa struttura del nostro io doveristico, ma che ci aprono qualche spiraglio per accompagnare la nostra vecchiaia con qualche concessione liberatoria e fuori dai riti prescrittivi.

Impariamo a dire di no: adorati nipotini affibbiati  all’improvviso, abituali inviti a cena con partecipanti tanto cari ma noiosi come l’orticaria che dopo un resoconto dettagliato di acciacchi, esami, misure preventive per preservare l’involucro, passano al pessimismo più nero sul futuro loro e dell’umanità), noiosissimi concerti che raccolgono tutti gli ex amanti del pop, blues, rock perché da vecchi bisogna farsi una cultura classica, infatti la regola dice che battere il piedino quando suonano i Coldplay è patetico a 70 anni!. E avanti così, concedendoci qualche trasgressione finché ce lo possiamo permettere: la “grasse matinée” che i francesi hanno inventato per definire una lunga dormita, con colazione a letto, libri, tv, briciole comprese. Non è vero che i vecchi dormono meno, si svegliano presto perché sono rosi dalle ansie doveristiche. Dire quello che pensate senza filtri (non Gianburrasca, ma taglio dei rami secchi) trasgredire a orari e limiti che ci siamo autoimposte per ragioni di sicurezza e/o salute ( è ansia), ascoltare davvero un giovane che ci da istruzioni per l’utilizzo di un device o per la frequentazione di un locale che per noi erano out solo al pensiero.   L’elenco potrebbe continuare, ma ognuna di noi sa quali sono i riti, tanto diversi per ognuna di noi, che la tengono prigioniera ma che la fanno “sentire a posto”. L’importante è esercitarsi a compiere piccoli gesti liberi, in apparenza trasgressivi e nuovi come è nuova la nostra età: in fondo è la prima volta che siamo vecchie o no? e prendiamo nota che nessun fulmine ha squarciato il cielo per punirci.

Dei vecchi si dice spesso che sono rigidi (per l’ossatura hanno ragione ahimè), abitudinari, saccenti, noiosi, autoritari e prescrittivi e forse è vero, ma forse bisognerebbe aggiungere che sono stati condizionati da modelli penalizzanti e che sono spaventati per quel che li aspetta e abbarbicati a quello che sono o che vorrebbero essere, pena la perdita di ruolo, identità e storia. Ma forse il difetto più grave è il non ascoltarsi con generosità e comprensione non ascoltare le novità che nascono in noi, non sperimentare cose e modi di essere. Un enorme gatto che si mangia la sua enorme coda, ma dobbiamo impegnarci a praticare un po’ di anarchica destrutturazione della nostra cementificatissima mente, perché non abbiamo più molto da perdere e poi “Se non ora quando?”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *