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la lettura #178 del Corriere della sera: “La battaglia contro l’ovvio”

di Carlo Bordoni

La tirannia dell’ovvio può sembrare un’esagerazione, un’affermazione iperbolica da accogliere con ironia. Cosa vi può essere di tirannico nell’ovvio? A prima vista l’ovvio è pacificante, dà un senso di sicurezza proprio delle cose consolidate, sulle quali fare affidamento, perché sono evidenti, indiscutibili, accettate da tutti. Non occorre neppure pensarci.

Già, il pensiero. Perché l’ovvio è inversamente proporzionale al pensare. Non richiede alcuno sforzo. Dunque, nessuna tirannia, ma semmai un senso di libertà, di quiete. Nel tempo, però, l’ovvietà si è rivelata fragile: più che tiranna, si è dimostrata sterile, incapace di comprendere la complessità del reale, ma solo di affidarsi stolidamente al già noto, allo scontato. La battaglia contro l’ovvio è stata combattuta col dubbio, l’immaginazione, la creatività: caratteri di epoche diverse, fortemente decise a dimostrare che il senso comune non è assoluto.

La mela di Newton non cade sempre allo stesso modo. Basta modificare un parametro (la forza di gravità, la densità dell’atmosfera, la massa) e il risultato sarà diverso. Uscire dall’ovvio è faticoso, implica uno sforzo intellettuale che non sempre siamo disposti a compiere. Per di più l’ovvio è pervicace, non si lascia facilmente mettere da parte; resta lì, come uno spiritello insidioso a suggerire di lasciar perdere, accontentarsi, pensare ad altro. Perché mettere in dubbio le certezze acquisite è gravoso. E se lavorare stanca, pensare stanca ancor di più.

Carlo Rovelli, nel suo articolo su Keplero, su «la Lettura» #607, ci ricorda che «il difficile, come sa ogni bravo insegnante, non è insegnare il nuovo: è condurre chi ascolta a disimparare il vecchio». Il che significa, in altre parole, trovare il coraggio intellettuale di ammettere che ciò che si conosce, le certezze acquisite sulle quali basiamo la nostra esistenza, possono essere sbagliate. Superate dalle conoscenze scientifiche, oppure, ancor più facilmente, essere falsate, per effetto di quei «bias cognitivi» che ci inducono a percezioni errate, a ingenerare pregiudizi, veri e propri «inganni» concettuali che depositano l’errore nella nostra mente.

Disimparare il vecchio, partire da un punto di vista diverso, mettere in discussione l’assodato, rappresentano anche l’uscita di sicurezza che potrebbe metterci al riparo dal predominio dell’intelligenza artificiale. L’ultimo spauracchio che minaccia l’autonomia dell’umanità. Ve lo immaginate un cervello elettronico disposto a cancellare il suo sapere per liberarsi dell’ovvio? 

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