Ma saranno le relazioni amorose ad abbattere il patriarcato?
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“La vendetta dei patriarchi”

Carol Gilligan ha scritto insieme a Naomi Snider un libro dal titolo eloquente “Perché il patriarcato persiste?”; di recente due studiose americane – Erica Chenoweth e Zoe Marks – hanno pubblicato sulla rivista Foreign Affairs (marzo/aprile 2022) un saggio dal titolo “La vendetta dei patriarchi. Perché gli autocrati temono le donne”.

Gilligan, nota in Italia fin dagli anni Ottanta del secolo scorso per il suo libro “Con voce di donna” e per le sue teorie femministe, spiega che il patriarcato continua a perdurare, nonostante i guadagni di libertà delle donne, perché è nell’inconscio che continua a persistere; coscientemente viene condannato ma l’inconscio continua a dargli voce e spazio.

Il saggio delle due studiose di Harvard, Chenoweth e Marks, chiama in ballo il Pantheon degli uomini politici, dei leaders autoritari nella loro corsa a limitare i diritti delle donne, lanciando simultaneamente l’assalto ai diritti delle donne e l’assalto alla democrazia. “L’assalto ai diritti delle donne ha coinciso con un ampio assalto alla democrazia”, affermano le due studiose.

La minaccia reale è di portare indietro di decenni il progresso su entrambi i fronti. “Non è una coincidenza che l’equità delle donne sia respinta nello stesso momento in cui l’autoritarismo sta crescendo. Gli studiosi e gli scienziati politici hanno notato da tempo che diritti civili delle donne e democrazia vanno a braccetto; ma sono più cauti nel riconoscere che i primi sono la precondizione per i secondi”.

Chi sono questi autocrati e dove stanno operando? Scrivono le due studiose:

”E mentre il ventesimo secolo ha visto miglioramenti nell’equità verso le donne in molte parti del pianeta, il ventunesimo secolo sta dimostrando che la misoginia e l’autoritarismo non sono solo una comune comorbilità ma soprattutto un mutuo rafforzamento pericoloso. Nel corso del secolo scorso il movimento delle donne ha vinto il diritto al voto per le donne, ha ampliato l’accesso all’assistenza medica per la maternità, l’accesso all’istruzione e le opportunità economiche; e ha iniziato a sancire l’uguaglianza di genere nelle leggi internazionali e nazionali. Vittorie che corrispondono a delle passate ondate di democratizzazione nel periodo post guerra mondiale. (..)

Il balzo patriarcale all’indietro è stato messo in scena dall’intero spettro dei regimi autoritari; dalle dittature autoritarie ai partiti autocratici, e alle democrazie illiberali guidate da uomini forti. In Cina, Xi Jinping ha polverizzato i movimenti femministi, ridotto al silenzio le donne che hanno accusato uomini di potere di violenze sessuali, ha escluso le donne dal potente Standing Committee del Politburo. In Russia Vladimir Putin sta riducendo i diritti riproduttivi e sta promuovendo ruoli tradizionali di genere che limitano la partecipazione delle donne nella vita pubblica. Nella Corea del Nord Kim Jong Un ha indotto le donne a cercare rifugio all’estero in misura tre volte maggiore di quella dei maschi, e in Egitto il presidente Abdel Fatah  el—Sisi recentemente ha introdotto una legge che riafferma i diritti degli uomini a praticare la poligamia e il diritto di condizionare le scelte matrimoniali delle loro parenti femmine. In Arabia Saudita le donne non possono sposare o ottenere sostegno sanitario senza l’approvazione degli uomini. E in Afghanistan, la vittoria dei Talebani ha cancellato 20 anni di progresso nell’accesso delle donne all’istruzione, nella rappresentanza negli uffici pubblici e nella forza lavoro.

L’insorgere dell’autoritarismo patriarcale sta spingendo alcune democrazie in una direzione illiberale. Paesi guidati da leader autoritari, come il Brasile, l’Ungheria, la Polonia, hanno visto il crescere dei movimenti di estrema destra che promuovono i tradizionali ruoli di genere come valori patriottici, mentre si scagliano contro la teoria di genere, considerata una minaccia.

Persino gli Stati Uniti hanno sperimentato un rallentamento progressivo verso l’uguaglianza di genere e un arretramento dei diritti riproduttivi, che erano stati sviluppati dal 1970. Durante la sua presidenza, D. Trump ha lavorato con sostenitori antifemministi per frenare l’espansione dei diritti delle donne nel mondo. E nonostante l’impegno dell’amministrazione Biden per l’equità di genere a livello nazionale, gli stati controllati dai repubblicani stanno tentando di rovesciare i diritti costituzionali sull’aborto, che ora è più vulnerabile che nei decenni trascorsi.

Non sorprende che le conquiste di potere economico e politico delle donne   siano ora in uno stallo o in declino nel mondo (secondo anche l’osservatorio – “Donne, pace e sicurezza” – della Georgetown University – USA).

Allo stesso tempo le violenze sulle donne da parte dei partner sono aumentate e in Honduras, Turchia, Messico si sono visti aumentare i femminicidi in termini esponenziali.

Il Covid – 19 ha esacerbato questa tendenza nel mondo spingendo milioni di donne a lasciare i posti di lavoro e a riprendere i ruoli di care giver non pagati; e le ha indotte ad accettare le restrizioni all’accesso nell’assistenza sanitaria, nell’istruzione e ne ha limitato le possibilità di sfuggire agli abusi. (…)

Secondo la “Casa delle libertà” e il “Progetto sulla varietà della democrazia” dell’Università di Gothenburg, negli ultimi 15 anni si sono affermati molti regimi dittatoriali. Le nuove democrazie, come Brasile, Ungheria, India, Polonia, Turchia, sono scivolate in autocrazie o vanno in quella direzione. Paesi che erano considerati parzialmente autoritari decenni fa, come la Russia, sono diventati completamente autocratici. E in alcune delle democrazie più antiche, (Francia, Regno Unito, Svezia e Stati Uniti), sentimenti antidemocratici stanno aumentando nei partiti politici consolidati.

Non è una coincidenza che l’equità delle donne sia respinta nello stesso momento in cui l’autoritarismo sta crescendo. (…) Gli aspiranti autocrati e l’autoritarismo patriarcale hanno buone ragioni di temere la partecipazione politica delle donne: quando le donne partecipano a movimenti di massa, questi movimenti hanno più probabilità di successo e di guidare le democrazie verso l’eguaglianza”.

L’articolo continua con una disamina dei movimenti delle donne in prima linea nel combattere contro le diseguaglianze e per le richieste di inclusione. Ma l’opposizione contro i movimenti femministi – motore potente nel rafforzamento della democrazia – segue vie articolate e molteplici, come dimostrano le autrici.

“I leaders autoritari e i democratici illiberali hanno risposto alla minaccia di una mobilitazione politica delle donne bloccando ogni progresso sui temi dell’eguaglianza di genere e dei diritti delle donne.

Negli stati pienamente autoritari il meccanismo della repressione sessista può dispiegarsi senza compromessi in tutta la sua brutalità. Spesso può tradursi in politiche che esercitano un potere diretto sull’attività riproduttiva delle donne, compreso quello di imporre gravidanze o aborti, sviluppare retoriche che considerano normale la violenza contro le donne e leggi e pratiche che riducono la rappresentanza femminile nel governo e scoraggiano le donne dall’entrare nel mondo del lavoro o fare carriera in esso.

In Cina, per esempio, Xi ha lanciato una campagna repressiva contro gli Uiguri e altre minoranze etniche rurali, costringendo al controllo delle nascite, agli aborti e anche alla sterilizzazione di molte donne. Le donne delle minoranze etniche devono ora fronteggiare la minaccia di multe o di prigione per aver generato quelli che Pechino considera figli in soprannumero.

In Egitto il controllo statale sulla capacità riproduttiva delle donne si è rafforzato con effetti contrari a quelli voluti; tuttavia, l’aborto è illegale in qualunque caso e le donne devono procurarsi il permesso di un giudice per divorziare, mentre per gli uomini non è richiesto nulla del genere.

In Russia, dove l’aborto è stato legale in ogni circostanza fin dal 1920, il governo di Putin ha cercato di frenare il declino nazionale della popolazione scoraggiando l’aborto e rivalutando i valori “tradizionali”.

In tutti i tre paesi, a dispetto dei dettati costituzionali a proteggere le donne contro le discriminazioni di genere, le donne sono sventuratamente sottorappresentate nella forza lavoro e nei ruoli del potere ufficiale. (…)

In ordinamenti meno autocratici, dove politiche apertamente sessiste non possono essere messe in atto senza suscitare opposizione, i leader con tendenze autoritarie e le loro formazioni politiche usano retoriche sessiste al fine di attirare l’appoggio popolare per i loro programmi. In questo loro modo di procedere danno spazio al tradizionalistico “femminismo patriottico”. (…)

Là dove possono promuovono politiche che sostengono un controllo maggiore dello stato sul corpo delle donne, e riducono allo stesso tempo ogni appoggio per politiche di eguaglianza di genere. Incoraggiano – e spesso traducono in leggi – la sottomissione delle donne chiedendo che uomini e donne si adeguino ai ruoli di genere come se fosse dovere patriottico. Inoltre utilizzano, distorcendolo ai propri fini, il concetto di eguaglianza. Benché simili tentativi per riaffermare una gerarchia di genere si presentino diversi in differenti contesti dell’estrema destra, tuttavia condividono una tattica comune: quella di far apparire desiderabile la sottomissione della donna, persino auspicabile, non solo per i maschi ma anche per le donne. (…)

Un modo, adottato dai leader autocratici e illiberali, per rendere gradevole per le donne una gerarchia basata sul genere è quello di introdurre nella politica la “famiglia tradizionale”, che è in sostanza un modo per legare il valore e il ruolo delle donne all’allevamento dei bambini, alla cura dei famigliari e della casa nell’ambito di una famiglia nucleare – respingendo le loro aspirazioni a ogni forma di potere. I corpi delle donne diventano obiettivi di controllo sociale per i legislatori maschi, che si richiamano all’ideale della purezza femminile e invitano madri, figlie e mogli a ricostruire una versione idealizzata della nazione.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha sostenuto che le donne non sono uguali agli uomini e che il ruolo loro destinato nella società consiste nella maternità e nella cura della casa. Ha definito “mezze persone” le donne che perseguono una carriera.

Il governo del primo ministro Viktor Orban analogamente ha invitato le donne a rinunciare alla cancellazione del gap salariale e a concentrarsi piuttosto sul fare figli per l’Ungheria. (…)

Tali autocrati mettono in mostra mogli e figlie prevalentemente nell’ambito domestico – e talora anche in posizioni ufficiali – per mettere in ombra le politiche di diseguaglianza di genere. Portando in primo piano il tradizionale ruolo materno e quelle donne conservatrici che sostengono efficacemente i protagonisti maschi. Non c’è forse miglior esempio della campagna presidenziale di Jair Bolsonaro nel 2018. Gli oppositori di quest’ultimo promossero una delle più ampie campagne guidate da donne nella storia del paese sotto lo slogan Ele Nao (Lui No). Le donne sue sostenitrici si avvolsero nella bandiera nazionale e derisero le femministe come “sessiste”. (…)

Mentre le donne sono imprigionate nei ruoli tradizionali femminili i leader patriarcali autoritari sbandierano il loro potere con gratuite dimostrazioni di mascolinità. Putin che si mostra a torso nudo è la versione diffusa di questo pavoneggiarsi, della misoginia cautamente messa in scena dalle fotografie attentamente studiate. Pensate alla rossa cravatta sproporzionata di Trump, all’aggressiva stretta di mano, e alla dichiarazione che il suo bottone per l’attacco nucleare era più grosso di quello di Kim – o infine all’appello di Bolsonaro ad affrontare il COVID-19: “come un uomo”. (…)

Parallelamente cresce la tolleranza verso la misoginia: ci sono movimenti in campo legislativo e politico per far arretrare le forme di protezione per chi è sfuggita allo stupro e alla violenza domestica; oppure si ammorbidiscono le sentenze per questi crimini, introducendo richieste di prove più stringenti per incriminare i responsabili. Le donne hanno così minori strumenti per difendere la loro autonomia fisica e politica.

Nel 2017 per esempio Putin ha firmato una legge che cancellava il carattere criminale di alcune forme di violenza domestica. Nel corso della campagna elettorale del 2016 Trump minimizzò un video in cui liquidava come “chiacchiere di corridoio” le accuse di aggressioni sessuali e di condotta scorretta. Dopo che Trump divenne presidente, la sua amministrazione invitò il Dipartimento dell’Educazione a riformare le disposizioni dell’articolo IX per dare maggiori diritti agli accusati di assalti a sfondo sessuale nei campus dei colleges.

Molti autocrati e aspiranti tali favoriscono la leggenda della vittimizzazione maschile per guadagnare consenso a ciò che denunciano i maschi (uomini o ragazzi). Gli uomini sono invariabilmente presentati come perdenti rispetto alle donne e altri gruppi analizzati, malgrado continuino a conquistare privilegi in una gerarchia dominata dai maschi. Nel 2019, per esempio, il Ministro della giustizia russo sostenne che i resoconti sulle violenze domestiche erano sovrastimati e che i maschi russi dovevano affrontare una maggiore discriminazione rispetto alle donne nelle proteste sugli abusi. Con spirito analogo gli aspiranti autocrati spesso ripetono che la mascolinità è minacciata. Simili proteste sono diventate luoghi comuni tra i sostenitori del Trump.

Erica Chenoweth e Zoe Marks – Revenge of the Patriarchs. Why Autocrats Fear Women, in Foreign Affaires, marzo/aprile 2022 (estratto)

 

 

 

 

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