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Questa non è l’apocalisse che ci aspettavamo

Lo shock è di per sé scioccante. Non avremmo dovuto essere più preparati? La nostra cultura è stata imbevuta di porno-catastrofismo per decenni. La bomba. Il collasso. La pioggia radioattiva. Le dissennate armate di cadaveri ambulanti, gli incubi delle generazioni morte che escono dai nostri schermi. Per più di un decennio giovani e meno giovani hanno vissuto in un lutto preventivo per la realtà che conosciamo, ma per qualche ragione ora è diverso. Il concetto di un’imminente catastrofe ha fatto parte dell’inconscio collettivo dai tempi in cui ne abbiamo uno. Dal giorno della fine del mondo secondo il calendario maya all’epopea di Gilgamesh, dal diluvio universale nella Genesi all’Apocalisse di Giovanni, gli esseri umani sono da sempre perseguitati dall’idea della fine. Ultimamente è stato il tema centrale dell’intrattenimento popolare. Cresciuti con la minaccia del riscaldamento globale, tra le grinfie di una crisi finanziaria, stavamo lì seduti, stupefatti ed esausti, a guardare sullo schermo la nostra civiltà estinguersi a ripetizione. L’alba del giorno dopo, Benvenuti a Zombieland, The walking dead, The road (dal romanzo di Cormac McCarthy), I figli degli uomini, il videogioco The last of us. Sempre la stessa storia, a metà tra la realizzazione di un desiderio e la messa in scena di un trauma, ci abituava all’idea che il futuro fosse stato cancellato, che presto tutto sarebbe crollato, e che non sarebbe rimasto più nulla e non avremmo potuto fare niente a riguardo.

Fin da quando ero una bambina ho tenuto una lista privata di tutte le cose che mi sarebbero mancate di più se il mondo fosse finito, così da essere sicura di godermele il più possibile. Cazzeggiare per negozi. Banane (non prevedevo di sopravvivere in un paese in cui crescevano le banane). In realtà non prevedevo affatto di sopravvivere. Sono una creatura minuta e sensibile, la mia unica speranza era che mia sorella, alta e corpulenta, mi caricasse in spalla e facesse fuori i cattivi con una mano sola. Presupponevo che saremmo state insieme, non bloccate in due continenti diversi. Buffo, come sono andate le cose.

Il Covid-19 ha cambiato tutto. All’improvviso l’immenso cambiamento spaventoso, il cataclisma per cui niente tornerà alla normalità, è arrivato. Ed è diverso da come ce lo eravamo immaginati. Non mi aspettavo di affrontare questo genere di eventi indossando calzettoni antiscivolo e vestaglia, a migliaia di chilometri da casa, cercando di non andare nel panico e desiderando ardentemente una tazza di tè come si deve. Questa apocalisse è poco Danny Boyle e molto Douglas Adams. Esiste una differenza importante tra apocalisse e catastrofe. Una catastrofe è la devastazione totale: non resta più niente e non s’impara niente. L’apocalisse, soprattutto in senso biblico, prevede un periodo di crisi e cambiamento, di verità nascoste rivelate. Non ci aspettavamo che sarebbe stato così sciocco, così dolce e così triste. “È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”, era lo slogan in voga in tutto il mondo dieci anni fa, ai tempi delle proteste Occupy. Attribuito da alcuni a Fredric Jameson, da altri a Slavoj Žižek, me lo spiegarono per la prima volta dei giovani attivisti elettrizzati e in debito di sonno. Ragazzi come noi che avevano passato la loro vita a vedere New York, Londra, Washington e Tokyo esplodere e bruciare sullo schermo, ma che non avevano mai avuto lo spazio per immaginare un futuro che non includesse decenni di stenti per ripagare debiti contratti a vita. È quello che richiede il capitalismo. Il capitalismo non riesce a immaginare un futuro al di là di se stesso che non sia un massacro totale.

Questo perché il capitalismo è sempre stato un culto della morte. Gli incompetenti al comando non sono in grado di gestire un problema che non può essere risolto semplicemente sacrificando i poveri e i vulnerabili. Messi di fronte a una crisi che non possono risolvere con la violenza, hanno tergiversato e frignato e sprecato tempo che può essere e sarà contato in cadaveri. Non c’è stata una visione generale perché questi uomini non immaginano un futuro al di là della loro immagine dorata in cima a una montagna umana. Per settimane, dall’alto dei loro podi hanno fatto capire che una certa quantità di decessi è un prezzo ragionevole da pagare per proteggere il sistema finanziario attuale. Le radio erano piene di inetti fanatici di destra così invasati dal darwinismo sociale che continuavano inavvertitamente a dire quello che avrebbero dovuto tacere. Cioè il fatto che per chi è ricco e stupido molte delle misure economiche necessarie per fermare questo virus sono così inimmaginabili che è preferibile la morte di milioni di persone

Il capitalismo non riesce a immaginare un futuro al di là di sé stesso che non sia un massacro totale. Questo è clamorosamente sbagliato non solo sul piano morale (costringere persone malate e contagiose a tornare al lavoro per salvare Wall Street ci mette tutti in pericolo). Per questi imbecilli sopravvalutati è più facile immaginare la fine del mondo invece che una singola misura di restrizione al capitalismo, anzi è perfino preferibile. La destra, certo, non ha mai avuto il monopolio sul delirio catastrofista. L’idea di una Armageddon salvifica che cancelli istantaneamente tutte le parti scomode della modernità, tutti gli anni di sfibrante lavoro e compromessi tra dove siamo e dove vorremmo essere è universale e universalmente infantile. Ho passato troppo tempo ad ascoltare hipster ubriachi mentre dicevano che non c’è bisogno del femminismo e dell’antirazzismo perché tutto sarà sistemato da una gigantesca e sanguinosa rivoluzione dei lavoratori che sta sicuramente per arrivare, quindi non importa come ci comportiamo nel presente. Puoi sentire la stessa gioiosa smania nella retorica dei gruppi eco-fondamentalisti, che come gli estremisti religiosi vedono nel nuovo coronavirus una rivincita della natura sull’umanità. Se vi piace così tanto essere puniti, ci sono siti web dedicati. Se desiderate così tanto di veder punita l’intera specie, il vostro non è feticismo, è fascismo. La socialdemocrazia è stata reintrodotta in fretta e furia perché, per parafrasare Margaret Thatcher, non c’è davvero alternativa. Gli Stati Uniti si stanno arrabattando per sostentare tre milioni e mezzo di lavoratori che in una settimana hanno chiesto il sussidio di disoccupazione. Nel Regno Unito il sistema sanitario nazionale è rimasto a corto di materiali protettivi per medici e infermieri, e il governo è stato troppo lento nel rifornirlo.

Mondo più ampio
La cultura pop catastrofista non ci ha preparato a questo. “Guarda che questo non è un film”, ha detto qualche giorno fa un sindaco italiano durante una diretta dal suo salotto. “Non sei Will Smith in Io sono leggenda”. La maggior parte delle nostre visioni collettive post-apocalittiche hanno in comune la fantasia di un mondo che diventa più piccolo. I nostri eroi, di solito uomini bianchi etero con una famiglia tradizionale da proteggere, sono isolati dal resto del mondo; il loro sogno a occhi aperti è di liberarsi dalle catene della civilizzazione e diventare i validi protettori e/o capi tribù guerrieri che sono destinati a essere. E parte di quella fantasia della catastrofe è un sollievo: gang di motociclisti in tenuta bondage sono pronti a ucciderti per mezza tanica di diesel e un panino, ma almeno non devi più preoccuparti dei tuoi debiti. O della retta universitaria. O dei vicini. Invece ora il mondo sembra più grande, non più piccolo. Con più di un terzo della popolazione confinata a casa, con il pianeta intero alle prese con una versione della stessa crisi, vogliamo irrefrenabilmente toccarci l’un l’altro. Sembra più importante riconnetterci con gli amici. Conosciamo tutti qualcuno che è a casa da solo e cerca di non impazzire. Conosciamo tutti qualcuno che è a casa e cerca di sopravvivere a una relazione già tossica. E molti di noi, ormai, conoscono qualcuno che è malato. L’idea della fuga dalla catastrofe – che rappresenta buona parte dell’immaginario della cosiddetta alt-right – non aveva predetto niente di tutto questo. Sono rimasta appostata in centinaia di vicoli oscuri e ideologicamente stagnanti del web in cui giovani uomini parlano con fervore della fine della civiltà, e di quando gli uomini potranno essere di nuovo veri uomini e le donne avranno bisogno di protettori. Le stesse persone che raramente sono pagate in modo adeguato sono quelle di cui abbiamo bisogno quando il letame ci arriva al mento

Che peccato per loro: quando la grande crisi è finalmente arrivata non c’è nessun nemico da combattere a mani nude (lavatevi le mani). Per le donne la fine del mondo non è mai stato un mito così semplicistico, probabilmente perché la maggior parte di noi sa che quando le strutture sociali s’incrinano e si spezzano quello che viene dopo non è un’istantanea regressione a un brutale stato di natura: succede invece che le donne e le persone di tutti i sessi che si prendono cura degli altri si esauriscono in silenzio per tappare le falle, cercando di salvare più persone possibili da un tracollo fisico ed emotivo. Quelli che oggi stanno in prima linea non sono combattenti, sono guaritori. Le persone che quasi sempre non sono pagate in modo adeguato sono quelle di cui abbiamo bisogno quando il letame ci arriva ormai al mento. Infermieri, medici, inservienti, autisti.

Sottile come porcellana
Il lavoro emotivo e domestico non ha mai fatto parte della grandiosa storia che gli uomini si raccontano sul destino della specie, neanche quando ne immaginano l’estinzione. Alla fine, non sarà un macello, ma un panificio. Tutti, a quanto pare, hanno deciso che la cosa migliore da fare quando il mondo barcolla è imparare a fare il pane: il lievito è introvabile. Anch’io sto dando il meglio di me in cucina, anche se i miei dolci sono notoriamente terrificanti. Un amico ed ex coinquilino che mi conosce bene mi ha chiamata da Berlino per sapere se avessi già fatto “quegli orribili biscotti”. Questi biscotti della sfortuna tendono a comparire in momenti di stress così estremo che le persone intorno a me si sentono obbligate a mangiarli. Dicono che se sai fare una torta puoi costruire una bomba; se tutto andrà allo sfascio non farò carriera con l’artiglieria.

Il mio lavoro sarà lo stesso del vostro e di tutti gli altri: essere gentile, stare calma e prendermi cura di chiunque abbia bisogno di assistenza nelle mie immediate vicinanze. Abbiamo vissuto tanti anni in quelli che Antonio Gramsci chiamava anni dei mostri, in cui “il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire”. Il nuovo viene indotto ora di fretta, perché dopo tutto quello che stiamo vivendo niente sarà più come prima. È la fine del mondo come lo conoscevamo e tutto sembra sottile come porcellana, come vetro, come un filo. Tutto sembra così sottile e così fragile, così degno di essere salvato.

Laurie Penny

in “Wired”, Stati Uniti, 3 aprile 2020 (Traduzione di Paola Moretti)

 

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