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INFO NEWS
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 INVECCHIARE INFORMATE 
 Attenzione alle notizie false! L’assegno divorzile non cambia
 

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Con l’ordinanza n. 1999 del 29 gennaio 2026, la Corte Suprema di Cassazione ha ribadito principi già affermati nel 2018, quando una sentenza delle Sezioni Unite ridefinì i presupposti per il riconoscimento dell’assegno divorzile (da non confondere con l’assegno di mantenimento).
È utile partire da una premessa: l’assegno divorzile svolge tre funzioni – assistenziale, compensativa e perequativa – ma può essere riconosciuto solo se viene dimostrato che il matrimonio ha prodotto uno squilibrio economico considerato “ingiusto”. Già a partire dal 2018, infatti, non è sufficiente per il coniuge che richiede l’assegno, quasi sempre la donna, dimostrare una semplice disparità di reddito. La Cassazione è chiara: chi richiede l’assegno deve provare che la propria attuale condizione economica meno favorevole sia conseguenza delle scelte compiute durante il matrimonio, scelte che hanno comportato un sacrificio personale a beneficio della famiglia o dell’altro coniuge.
Va provato che lo squilibrio economico nasce da scelte familiari fatte nel corso del matrimonio. Dire di aver fatto sacrifici per la famiglia non basta: il danno economico va dimostrato con dati chiari e controllabili, senza affidarsi a supposizioni automatiche.
Quindi, i titoli sensazionalistici apparsi su alcuni quotidiani e su diversi siti autorevoli, secondo cui la Cassazione avrebbe rivoluzionato i criteri per il riconoscimento dell’assegno, risultano falsità!!! La Corte, in realtà, si è limitata a ribadire un orientamento già consolidato.
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 Ecco perché l'antica Roma aveva paura delle donne ricche   

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L’età classica costruì un equilibrio destinato a durare secoli: le donne sono celebrate come madri ma vengono escluse dalla trasmissione dei beni  
Le percentuali di chi oggi detiene la ricchezza del mondo sono inequivocabili: l’86% dei miliardari sono uomini e appena il 14% sono donne. Ma la distanza è ancora più marcata se guardiamo all’origine della ricchezza di queste ultime: appena il 3-5% del totale ha costruito da sé la propria fortuna contro i 75% degli uomini. Questa differenza di risorse economiche tra gli uomini e le donne non nasce oggi: ha radici in un passato lontano.
La necessità di controllare i patrimoni femminili era già sentita nella Roma antica. Le matrone erano infatti in grado di ammassare enormi fortune grazie alle norme della successione: ereditavano dalla loro famiglia di origine, dal marito, perfino da chi non aveva con loro legami di sangue. Alcune accumularono ricchezze tali da poter essere definite, con termine moderno, plutocrati. I gioielli che l’archeologia ci ha restituito ne sono il segno più appariscente.
Quando nacque, allora, un tetto di cristallo ante litteram? Nel momento in cui il legislatore romano ritenne necessario limitare la ricchezza muliebre. Come arginarne il potenziale sovversivo? Accadde nel II sec. a.C. in una fase di grande emancipazione femminile in cui le matrone sempre più spesso amministravano e gestivano le sostanze familiari mentre gli uomini erano lontani in guerra. Nel 169 a.C. il legislatore romano intervenne con una misura chirurgica per limitare i patrimoni femminili. Si tratta della lex Voconia, rivolta esclusivamente alla prima classe di censo, l’élite più ricca, per l’epoca l’equivalente di quel 1% che oggi detiene la maggioranza dei capitali. La logica della legge è chiarissima:....
Articolo tratto da L'Avvenire dell'11 dicembre 2025, di Aglaia McClintock
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Donne e denaro: un potere tutto loro 
da Les Glorieuses newsletter 

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"Perché alle donne non piace parlare di soldi?", ha chiesto di recente Francesca Donner su The Persistent (una piattaforma dedicata a dare voce, valore e riconoscimento alle donne nell'economia, nella politica e nella società, promuovendo una mentalità perseverante di fronte alle sfide - ndr)."È perché è noioso? Stressante? Imbarazzante? Perché ci ricorda dolorosamente che non siamo dove pensavamo di essere finanziariamente? Perché suscita sensi di colpa e vergogna? È un po' tutto questo?" Certo, il fatto che le donne possiedano solo circa il 30% della ricchezza globale non può essere spiegato solo dalla nostra difficoltà a parlare di soldi. Ci sono molte cause strutturali, profondamente radicate, come la disparità salariale, la disparità di accesso ai finanziamenti quando decidiamo di avviare un'attività, la sottorappresentazione negli investimenti, la segregazione occupazionale e l'assenza o la debolezza dell'educazione finanziaria. Parlare di denaro rimane uno dei modi più concreti per cambiare lo status quo. Chiedere ai colleghi quanto guadagnano. Individuare le lacune. Condividere strategie. Fare domande. Dire ciò che non sappiamo. Rifiutarsi di trattare la realtà come un destino. E così facendo, rendere il denaro un argomento come un altro.      Nel 2026, perché le donne guadagnano ancora meno degli uomini? Perché, nonostante tutte le reti, i concorsi e i programmi dedicati alle donne, questo problema persiste? In Francia ne parlano e per rispondere a queste domande, la Bibliothèque publique d’information e la Cité de l’Économie  hanno appena proposto due giornate di riflessione (7-8 marzo) per mettere in comune le prospettive e comprendere come la storia e la società abbiano plasmato il nostro rapporto con il denaro.
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RSA, perchè no? Una riflessione per discuterne 

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Qual è il sentimento, la sensazione che ci rende così contrari all’idea di abitare in una RSA quando la nostra autonomia dovesse diminuire? Probabilmente pesa molto l’esperienza che quasi tutti abbiamo avuto accompagnando o visitando in queste strutture persone conosciute o amate: spesso ne abbiamo ricavato impressioni negative. Se dovessimo descrivere le sensazioni provate, parleremmo di senso di solitudine e di isolamento, di infantilizzazione, di un’attenzione rivolta soprattutto alla cura medica più che alla persona nella sua interezza, con i suoi bisogni psicologici e sociali. L’ambiente che ne deriva -persone trattate e gestite con modalità infantili e poco rispettose della dignità, senza alcuna attenzione alla peculiarità e alla storia personale dell’individuo- contribuisce ad allontanarci ulteriormente, trasmettendo la sensazione di essere giunti all’ultima fermata, più che a una stazione da cui proseguire per una nuova esperienza di vita.      Le RSA sono state interiorizzate più come luoghi di cura simili a un ospedale che come luoghi di vita, capaci di offrire una continuità con l’esistenza che si conduceva nella propria casa, seppure in condizioni più protette.                  Ma allora, come si potrebbe immaginare una RSA che ci faccia dire: “Perché no?” Certamente non un luogo in cui la priorità assoluta sia evitare qualsiasi rischio, fino quasi a impedire di vivere. Piuttosto uno spazio in cui si possa continuare la propria vita sentendosi rispettati nella propria intimità, nella capacità di autodeterminarsi, nei propri ritmi e nelle proprie abitudini, così come si è sempre fatto a casa propria. Allo stesso tempo, dovrebbe essere un luogo in cui sentirsi al sicuro, con la possibilità di ricevere aiuto in qualsiasi momento del giorno o della notte, senza però sentirsi costantemente sorvegliati o eccessivamente protetti. Un’utopia?  No. Tuttavia, tutte le rivoluzioni – o anche i semplici cambiamenti – sono estremamente difficili da avviare, perché si scontrano con abitudini radicate e con l’inerzia che spesso impedisce di mettere in discussione lo status quo, in questo caso da parte delle istituzioni e persino dei gestori privati.
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megafonoLa posta del look
di Carla Massara

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 Stile Poetcore   

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Come diceva Coco Chanel, la moda è un’intuizione, si respira nell’aria, si esprime nel cielo, tra le nuvole e ci avvolge senza che nemmeno ce ne accorgiamo. E così passa nelle strade, su di noi, elaborando percorsi mai pensati.
Oggi è il tempo dello stile Poetcore. Nato silenziosamente da un fiocco su una camicia o dalla voglia di giacche e pantaloni maschili. È poi cresciuto dal desiderio di vedere la nostra immagine tramutata in poetesse o scrittrici in giro per le strade di Parigi, con occhiali che, invece d’imbruttire, valorizzano il nostro viso e lo rendono più interessante, e con trench portati aperti e svolazzanti…Eliminati i tacchi a spillo a favore di quel fascino da intellettuale vintage che prepotentemente sta prendendo il sopravvento. Stiamo già guardando con distacco gli abiti strizzati e pseudo sexy per un poetico romanticismo, dove camicie con fiocchi o rouches contrapposte a pantaloni maschili, maglioncini a collo alto, declinano una nuova femminilità contemporanea. Borse a tracolla grandi per contenere i libri che stiamo leggendo e un nuovo spirito che traspare, dove la cultura prende il sopravvento e crea un’estetica precisa e ben definita. Restituisce un’immagine di donna raffinata e bellissima che nessuna Intelligenza Artificiale potrà riprodurre perché nasce, prima di tutto, dalla nostra anima.

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Dal nostro gruppo di lettura:
Un Gentiluomo A Mosca   di Gmot Towles 

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Mosca, 21 giugno 1922, il conte Alexsandr  Rostov compare davanti al Comitato d’emergenza del Commissariato del popolo per gli affari interni. Il nobile, a suo tempo eroe della causa prerivoluzionaria nella Russia degli Zar, è ora accusato dal tribunale bolscevico di essere una minaccia per quegli stessi ideali che un tempo aveva abbracciato.
Viene condannato a passare il resto dei suoi giorni in una squallida soffitta dell’Hotel Metropol da lui tanto amato; gli viene risparmiata la pena capitale che tuttavia lo attende sulla soglia dell’albergo se mai gli venisse idea di uscirne.
Potrebbe essere l’inizio di una vita fatta di rimpianti, di tristezza, di solitudine; gli agi a cui era abituato, infatti, vanno relegati nell’album dei ricordi; le splendide residenze, teatro di balli, pranzi raffinati, relazioni internazionali non possono nemmeno formare lo sfondo immaginario della misera camera sotto i tetti in cui passerà i giorni futuri; salvo rare eccezioni gli amici di un tempo, se mai sono rimasti degli amici in un periodo di completo sovvertimento, non potranno avranno accesso alla sua nuova vita.
Ma il conte Rostov è un uomo davvero speciale. Si reinventa un mondo in cui la sua dignità non ha momenti di cedimento e le sue giornate non conoscono noia e tristezza.
Ispeziona e trasforma con curiosa intraprendenza e colpi di fortuna lo spazio ristrettissimo e cadente di cui dispone ricavandone ora un angolo di lettura, ora un accogliente salottino, ora un armadio misterioso per le sue poche cose.
I primi tempi di questa particolare prigionia lo trasformano in indefesso esploratore del suo nuovo mondo: percorre con occhio curioso i corridoi sotterranei dell’albergo, la buia stanza delle cose smarrite o dimenticate, il fantastico spazio degli arredi da tavola e da cucina di quando l’Hotel Metropol conosceva ben altri fasti; la scoperta della porta sulla balconata che sovrasta la grande sala dove i nuovi rivoluzionari cercano di riscrivere la storia gli permette di vivere da spettatore i progetti per il futuro del suo paese.
L’affascinante figura del conte conquista chef e frequentatori dell’hotel, intellettuali e gente di passaggio. Conquista soprattutto alcune figure femminili che daranno completezza e significato alle sue giornate: un rapporto faticoso di amore, la cura e la vicinanza per una giovane che investe nella rivoluzione le sue speranze per il futuro, la responsabilità per un rapporto che rasenta la paternità.
E così, dal 1922 al 1954, seguendo le vicende del conte “con i baffi incerati distesi come le ali di un gabbiano” la storia della Russia moderna si presenta al lettore.
La lettura è interessante, la scrittura curata e scorrevole, le vicende sono pieni di inventive e sentimenti. Insomma, quanto basta per entusiasmare il gruppo lettura, unanime nella sua soddisfazione fino all’ultima pagina.
Recensione di Milena Pieri
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 Da leggere : 
Qualche consiglio di lettura  

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La gioia ribelle 
Nicoletta Cinotti
(psicoterapeuta, analista bioenergetica e appassionata insegnante di mindfulness)
In una società ossessionata dalla giovinezza, invecchiare viene spesso vissuto come una perdita. Eppure, la scienza racconta un’altra storia: coltivare convinzioni positive sull’invecchiamento può tradursi in anni di vita in più. Il vero nemico non è il tempo, ma gli stereotipi che ci avvelenano lentamente, da fuori e da dentro.
La gioia ribelle è il primo libro italiano che unisce mindfulness e consapevolezza in un percorso di accettazione dell’invecchiamento. Non un manuale antietà, ma una guida per abitare pienamente ogni fase dell’esistenza, sostenuta da ricerche neuroscientifiche che mostrano come la meditazione possa trasformare – e persino “ringiovanire” – il nostro cervello. Questo libro è un inno alla vita in ogni sua stagione. Rigoroso e accessibile, teorico e pratico, parla non solo agli over 65, ma a chiunque voglia cambiare paradigma e imparare, al di là del giovanilismo e della resa, a diventare ciò che desidera essere.

L’amico armeno  

A. Makine
Il narratore tredicenne vive in un orfanotrofio in Siberia durante i giorni del morente impero sovietico. A scuola, difende il nuovo arrivato, Vardan, dai bulli e lo accompagna a casa, in un quartiere malfamato e popolato da ex prigionieri, avventurieri e da una piccola comunità di famiglie armene, trasferitesi lì, a 5000 chilometri dal loro Caucaso natio, per stare vicini ai loro cari imprigionati nel carcere del paese.
Attraverso la storia di un’amicizia adolescenziale in questo “regno d’Armenia”, Andreï Makine svela, con un racconto classico e magnifico, un episodio indimenticabile della sua giovinezza.
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Da vedere: RENTAL FAMILY di Hiraki  
Recensito da Pietro Roberto Goisis  

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Ecco un film perfetto per serenità, piacere e bellezza.
Rental Family (2025) di Hikari, è davvero una di quelle esperienze visive che fanno bene: ti immergono nel magico mondo del cinema, nel buio meraviglioso di una sala dalla quale non vorresti più uscire.
La storia si ispira a una realtà sorprendente del Giappone: agenzie nelle quali è possibile “affittare” persone che nella propria vita mancano — un padre, un amico, un compagno di cena, qualcuno con cui condividere un momento importante.
Il protagonista è un attore americano che, quasi per caso, precipita dentro questo mondo giapponese così particolare. La sua diventa una storia di riconversione professionale, di riabilitazione personale e soprattutto di incontri che lo cambieranno profondamente.
Ma Rental Family è anche semplicemente un bel cinema: ben girato, ben fotografato, ben raccontato e accompagnato da una musica delicata che sostiene tutta la narrazione.
Sotto la superficie lieve, il film tocca temi molto profondi:
il rapporto tra verità e finzione, il confine fragile tra le due, il valore delle promesse e la necessità — oggi più che mai — di praticare l’autenticità.
Un film che fa stare bene e che lascia qualcosa.
Guardatelo, ve lo raccomando davvero. 
Entriamo per vedere un film. Usciamo con un pezzo di vita in più.
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Per le Socie ricordiamo l'appuntamento per la nostra riunione di lunedì 23 marzo alle ore 15 presso la Casa delle Associazioni in Via Marsala 8 - secondo piano.
Vi aspettiamo per aggiornarvi degli eventi e delle iniziative dei prossimi mesi e per sentire da voi proposte e prospettive.
Qualcosa di grosso bolle
in pentola
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       Tesseramento 2026 
                  sul nostro sito     www.donnein.net               
                     puoi fare o rinnovare la tessera                   

E' pur vero che per soli 30,00 € all'anno Donne IN    
ci da una tessera che ci apre tutte le porte, ........ma non spingere e stai in coda ............
che di tessere    
ce n'è per tutte!!

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