

Fra le associate di DONNE IN si è tenuto il primo corso di scrittura che ha visto la partecipazione di cinque persone.
Il filo conduttore è stato raccontare e condividere esperienze, emozioni e stati d’animo, ma un altro importante obiettivo di questo lavoro è stata l’ideazione di un luogo immaginario ove collocare ricordi, desideri, riflessioni che fanno parte della propria vita: un luogo intimo, sempre aperto a nuove intuizioni e idee, costituisce una sorta di bagaglio dove possono essere collocati spunti che diventeranno eventualmente argomenti di un futuro testo scritto.
Ogni partecipante ha prodotto diversi testi scritti, di cui trovate di seguito alcuni esempi. È stata un’esperienza molto positiva, anche per me che ho condotto il gruppo e ho potuto confrontarmi con i “bagagli” di altre vite tutte molto dense e ricche!
Jole Bevilacqua
Racconti prodotti nel corso di scrittura, primavera 2024
VIA DELLE ROSE
Le albicocche appena colte erano profumate, calde e dolcissime.
La seduta era solida, l’albero immobile nei tronchi via via più piccoli fino alle foglie che non producevano il minimo fruscio e tutt’intorno non un’anima, spariti tutti, intenti al lavoro in bottega il nonno e gli zii, fratello e cugini chissà dove… Seduta su un robusto tronco di albicocco mi sceglievo con cura i frutti più maturi e li mangiavo con calma, in un assolato pomeriggio di un mese di giugno della mia infanzia.
Era la situazione ideale per compiere un’azione proibita ed ero ancora più soddisfatta di me stessa, perché non avrei dovuto condividerne le responsabilità con i miei turbolenti coetanei.
L’albero piuttosto grosso, accogliente e protettivo, rincuorava con le sue radici ben ancorate, il suo protendersi verso il cielo in una trina irregolare che andava a confondersi con quello in controluce, come una scala immaginaria che portava in alto, nell’aria. Sembrava di poterlo toccare quel cielo azzurro e limpido senza un velo di foschia, con grandi nuvoloni bianchi come l’ovatta che si gonfiavano ed avviluppavano lentamente mossi da venti d’alta quota.
Presa da un senso di leggerezza pensai di volare e raggiungere le nuvole, con un vestito di velo colorato. Ma di che colore? Non mi decidevo a scegliere e così decisi che quel vestito doveva essere di tutti i colori dell’arcobaleno.
Era felicità!
Una voce maschile e perentoria mi impose di scendere immediatamente. Non ricordo le parole, ma la paura che mi prese, quella sì. Scesi con attenzione, perché se mi fossi fatta anche male, al rimbrotto avrebbe fatto seguito un sonoro ceffone.
Non avevo sentito rumori di porte aprirsi, ma nella quiete totale il nonno era venuto a controllare cosa mi fossi inventata.
Quella sensazione di libertà è rimasta tanto pregnante che nei sogni successivi di bambina mi sono trovata spesso avvolta in quei veli e, senza la benché minima fatica, lasciavo il terreno ed arrivavo velocemente a toccare le nuvole.
Bastava semplicemente piegare un po’ le ginocchia e spiccare un salto.
Poi ho smesso di sognare di volare: ecco, ero cresciuta!
Durante la vita, la libertà a volte stretta in lacci e laccioli con altri sentimenti, è messa in un angolo.
Ora, a più di sessant’anni da quel preciso episodio in via delle Rose, l’unica compagnia quotidiana è quella con me stessa e libertà e bellezza hanno ricominciato a prendersi per mano… Non so se la bellezza salverà veramente il mondo, come sosteneva Dostoevskij, però qualcuno di questo complesso mondo, grazie alla bellezza, si salverà certamente.
Elisabetta Pagani
IL COLLOQUIO – racconto breve
1 – IL TELEGRAMMA
Nel cortile della casa di via Breda raramente succedeva che arrivasse un telegramma.
Non ho mai capito perché casa mia, pur avendo un proprio numero civico, risultasse sotto il numero della padrona di casa. Misteri delle periferie milanesi di un tempo. Sicché io ero costretta, ogni volta che davo il mio indirizzo a fornire il numero civico dei proprietari. Così fu che tutti vennero a conoscenza del telegramma. E tutti mi guardavano con un misto fra il sospetto e l’invidia: sì il telegramma era proprio diretto a me, una ragazza di poco più di diciannove anni, molto impegnata fra studio serale e lavoro in ufficio, un po’ brusca nel salutare, molto riservata.
Ero invitata ad un colloquio di selezione del personale del Gruppo Pirelli e precisamente in una palazzina sita alla Pirelli Bicocca, viale Sarca, Milano.
Un lavoro io ce l’avevo, veramente. Ero impiegata da quattro anni in una multinazionale, lavoravo al 13° piano di un grattacielo intorno a Porta Garibaldi, chiamato “il building”, tanto brutto quanto impersonale, sembrava una stele fra le vecchie case del quartiere, un piccolo mostro d’acciaio senza finestre e, per me… senza speranza.
Ma qualcuno invidiava anche chi vi lavorava: la mensa, il tè a metà mattino e pomeriggio, ma soprattutto a fine mese lo stipendio sicuro; una signora con un carrello passava per i piani e si fermava ad ogni ufficio: ci chiamava per nome per consegnarci la busta con il listino e i soldi all’interno e, devo dire, ciò non era scontato a quei tempi, ottobre 1968.
Io però non ero proprio contenta di quell’impiego, arrivato subito subito, dopo il secondo anno di una ottima scuola tecnica: mi avevano catturato che non avevo ancora finito l’anno scolastico, due giorni dopo gli esami, a metà giugno ero già impiegata, svanita l’attesa di una pur breve vacanza, ma il mio stipendio iniziale era quasi superiore a quello di mio padre, un operaio metalmeccanico di quarto livello.
Però gli impiegati della direzione del personale si erano sbagliati! Mi avevano calcolato la cifra dello stipendio come se io avessi già compiuto i 16 anni; invece, il mio compleanno è a settembre e… poi l’ho saputo, che sono stati ammoniti e sulla lettera d’assunzione hanno dovuto scrivere: “la informiamo che il suo stipendio comprende già lo scatto del sedicesimo anno di età”, quindi per qualche mese ho guadagnato più di ciò che mi spettava per legge!
Mio padre, vedendomi scontenta, mi aveva convinto a tentare altre strade, non ero appagata dal lavoro che svolgevo: molto, troppo ripetitivo ma soprattutto non ero disponibile a fare lavoro straordinario, richiestomi più volte in occasione dell’introduzione dei primi sistemi di meccanizzazione del lavoro d’ufficio.
Il mio non era un rifiuto a priori, anzi qualche soldo in più avrebbe fatto davvero comodo alla mia famiglia ma, delusa dall’ambiente dell’ufficio e dalla mansione propostami, da tempo avevo intrapreso gli studi, frequentavo il 5° anno di ragioneria presso un Istituto cittadino serale l’”Einaudi” di piazza Fratelli Bandiera e non me la sentivo proprio di rinunciare alle mie lezioni per sfogliare polverosi tabulati alla ricerca di cifre nascoste che non quadravano mai!
Quindi stilai un curriculum breve, sintetico, non avevo davvero molto da scrivere, ottimi voti a scuola, esperienza nell’impiego attuale prima come dattilografa e poi con mansioni di contabilità, molta voglia di cambiare, esplorare nuove esperienze nel mondo del lavoro impiegatizio che mi si presentava allora come una frontiera sconosciuta, al di là della quale la linea di demarcazione si incrociava con la mia ambiziosa speranza.
2 – LA FABBRICA
Il telegramma mi invitava, in modo molto asettico e formale, ad un colloquio di selezione del personale presso una palazzina ubicata in Viale Sarca e lì mi recai con mezz’ora di anticipo, con l’animo deciso di una studentessa che affronta un esame universitario sapendo di essere preparata.
L’azienda Pirelli era conosciuta da tutti nel quartiere, non abitavo molto lontano, al di là della ferrovia e quindi non mi sorpresi delle tante portinerie che vi davano accesso e nemmeno della suddivisione fra le entrate: da una parte gli operai e dall’altra gli impiegati; non era una modalità condivisa, la differenza era smaccata, la stima sociale ne era la conseguenza.
Entrai e chiesi della palazzina dove mi avevano indirizzata.
La Fabbrica praticamente era un paese con capannoni intervallati da aiole e il fumo che fuoriusciva dai tombini, niente porte nei reparti ma grandi lastre di plastica che si spostavano per far entrare e uscire carrelli con enormi pneumatici infilati sopra spranghe di ferro che venivano portati da un reparto all’altro; tutt’intorno grandi cartelli gialli con la scritta “VIETATO FUMARE” in rosso e un angolo eroso, come se fosse stato bruciato dal fumo.
Proprio di fronte ad una portineria impiegatizia, sulla sinistra stava il luogo ove mi avevano indirizzata, entrai e salii le scale: primo piano. L’impressione fu di affacciarmi ad una vecchia casa, consunta ma ben tenuta con le pareti tappezzate di legno, le porte degli uffici con vetri smerigliati dello stesso colore giallastro del legno, alcune un po’ malandate, socchiuse, come se non fosse possibile una chiusura decisa.
Ecco l’ufficio ove mi accolsero, mi fecero sedere e subito apparvero due persone posizionate proprio davanti a me: il primo di altezza media, magro con una faccia lunga, mi fece un mezzo sorriso, il secondo più tarchiato, più piccolo aveva un buon sorriso invitante; si sedettero e mi squadrarono da capo a piedi, senza parlare.
Cominciò il primo a farmi domande sulla mia famiglia, il lavoro e la motivazione per la quale intendevo cambiare, risposi con tutta la sincerità che si addiceva alla situazione, nel frattempo entrò un’altra persona, era molto più alto dei due presenti con la faccia decisamente simpatica del ragazzone disinvolto.
Il colloquio proseguì in modo piacevole, mi chiesero del mio tempo libero e spiegai che frequentavo i “Raggi”, gruppi di giovani che si riunivano in varie sedi dislocate prevalentemente nel centro di Milano e discutevano della situazione giovanile e del nostro futuro in modo sciolto, con grande libertà di espressione e questo mi piaceva molto, perciò li frequentavo volentieri, preferendo questa attività alle discoteche.
Scorgevo continuamente sui loro visi una grande meraviglia, come se da tempo non avessero dialogato con le nuove generazioni, quelli della contestazione, come erano chiamati allora, e che io criticavo studiando, lavorando e discutendo con i miei coetanei; però omisi di dire loro che volevo cambiare lavoro per l’obbligo di fare gli straordinari che mi pesava e non mi sembrava giusto, vista la mia condizione di studentessa-lavoratrice.
Mi feci coraggio: posso fare una domanda? e chiesi se vi fosse una mansione precisa a cui ero destinata, insomma un posto vacante che avrei potuto ricoprire con la mia esperienza.
Vidi allora sui loro visi, di tutti e tre farsi un punto interrogativo, come se si chiedessero fra di loro se fosse opportuno dire qualcosa o no, si fece un silenzio di attesa, difficile per me da interpretare, ma in quella pausa si aprì di scatto la porta e apparve un uomo attempato, con una vistosa montatura di occhiali nera e come una furia urlò: “Eccovi qui tutti assieme voi cretini! E io che continuo a chiamarvi nei vostri uffici! Nessuno mi dice dove siete e io ho bisogno di voi!”
Il tutto noncurante della mia presenza, io ero quasi divertita; uno di loro, quello che era entrato per ultimo, si alzò subito con aria molto allarmata e seguì fuori dall’ufficio la persona che aveva urlato.
Gli altri due rimasero di fronte a me e uno di loro disse sorridendo, con evidente ironia: “Ecco, difficilmente succede che in un colloquio di selezione avvenga una scenetta come quella appena successa che evidenzia in modo teatrale ciò che tutti i giorni succede nei nostri uffici. Ecco, noi stiamo cercando proprio una persona che faccia da segretaria al Direttore di questo dipartimento, che è il signore appena entrato!”
Rimasi senza fiato ma non mi persi d’animo, anch’io avvertivo il contesto fra il ridicolo e il drammatico, mi avrebbe fatto paura affrontare una situazione così nuova, al limite della prepotenza? Non lo sapevo e in quel momento non era per me fonte di grande preoccupazione.
Andammo avanti a parlare di me, di come vedevo il mio futuro, parlavo e capivo che il mio problema era cambiare, cercare un luogo di lavoro dove fosse per me più facile frequentare la scuola, e lo vivevo come una forma di libertà che mi concedevo senza angustiarmi per ciò che mi avrebbe comportato un nuovo impiego.
Era novembre 1968 e solo due anni più tardi nel maggio 1970, una legge “Lo Statuto dei Lavoratori”, avrebbe sciolto una riserva importante nei confronti degli studenti-lavoratori permettendo loro di scegliere turni di lavoro compatibili con la frequenza scolastica.
Paola Brivio
LIBERA IL BAMBINO CHE È IN TE
Ho appena letto un racconto che mi ha portato indietro, al ricordo di una casetta di campagna, un po’ diroccata, ma piena di calore dove, a fianco della stalla delle mucche, dei cavalli, delle caprette, c’era la stanzetta dei miei nonni, piccola ma ci stavamo tutti. Era lì che d’estate trascorrevo le vacanze insieme ai miei fratelli e sorelle.
Ricordo con nostalgia gli affettuosi risvegli mattutini e le colazioni con il latte appena munto unitamente ai biscotti fatti dalla dolcissima nonna, gustati all’ombra della casa.
Ritrovo i giochi e i sogni che facevo insieme ai miei fratellini, fantasticando un grande girotondo, negli immensi campi di grano, con tutti i bambini del mondo, sognavamo di poter vivere tutti insieme in campagna a contatto della natura e degli animali.
Le nostre casette sugli alberi ci aiutavano a guardare l’orizzonte oltre l’infinito, gli uccellini ci rallegravano con il loro canto e le caprette con il loro belare.
Poi il tempo e la vita ci hanno portati nella grande città e piano piano ci siamo dimenticati di conservare un po’ del nostro cuore felice di bambini.
Oggi spesso ripenso alla frase che l’amica Flavia mi ripeteva: “Pinuccia, libera il bambino che è in te”.
Rifletto con amarezza che purtroppo non ho ancora imparato a farlo…
Pinuccia Muscio
1 Commento
Grazie Jole,
è stata un’ esperienza positiva condivisa con donne speciali.