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Ci siamo svegliate nel 2026, ancora non avevamo preso il caffè e già l’orrore ha invaso le nostre anime. Il dio denaro aveva richiesto nuovi sacrifici umani, e come spesso accade alle divinità pagane, ha preferito giovani innocenti. Ma non abbiamo fatto in tempo ad asciugarci le lacrime che altre notizie dal mondo hanno messo a dura prova il nostro equilibrio emotivo.
Non vorrei cadere nella retorica, ma ci erano state promessi accordi di pace in breve tempo e invece le guerre continuano sia in Ukraina che in Palestina-Israele, per non dimenticare quello che é successo in Venezuela, o quello che si minaccia verso altri liberi stati solo perché hanno ricchezze poco sfruttate di cui impossessarsi. Come se non bastasse le ribellioni ai regimi teocratici e spietati vengono silenziate nel sangue. Vere e proprie stragi e ancora una volta la voce delle donne non riesce a farsi sentire. Non dobbiamo dimenticare che le informazioni che riceviamo sono spesso il frutto di narrazioni che semplificano la realtà forse perché solo così riusciamo ad accettarla senza esserne completamente travolte.

Quello che tutte noi vorremmo è racchiuso in una parolina di quattro lettere: pace. Pace nel mondo, nel nostro paese, nelle comunità in cui viviamo, nei nostri rapporti affettivi. Il 2026 non è cominciato bene, ma tutto può cambiare o, meglio, “tutto può succedere”, come recitava il titolo di un famoso film.

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 La 'tradwife' una figura  del conservatorismo  contemporaneo 

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Le potenziali insidie ​​del movimento "trad" verso il ruolo identitario delle donne

Torniamo sulle Tradwives, perché l’articolo pubblicato nel numero scorso ha suscitato discussione anche al nostro interno: nonostante il nome, che potrebbe essere un’idea di marketing, ci fanno pensare quelle casalinghe made in USA che, dichiarandosi stanche e sovraccariche, vogliono lasciare il lavoro e dedicarsi a tempo pieno alla casa, al marito e ai figli.
Ci sembra utile riportare un estratto di un altro articolo di Josephine Lethbridge, giornalista che vive a Londra e che si interessa e scrive delle ultime ricerche sulla disuguaglianza di genere provenienti dalle scienze sociali, che analizza, nel testo che segue, le loro ragioni. Il nostro invito è quello di discuterne e di scriverci. Tutte, anche quelle che non hanno dimenticato La mistica della femminilità, di Betty Friedan, bandiera femminista degli anni Sessanta. 

Scrive Lethbridge:

“Per Rebecca Stotzer la lezione è chiara: dobbiamo prendere sul serio le scelte di queste donne, affrontando al contempo le condizioni sistemiche che le rendono inevitabili.
"Stanno esprimendo un problema che anche altre donne, anche quelle provenienti da contesti politici molto diversi, stanno denunciando: l'attuale organizzazione della vita professionale e familiare nelle nostre economie moderne è insostenibile", mi ha spiegato.
Ritirarsi dal mercato del lavoro può sembrare una soluzione personale, ma non crea alcuna pressione per trasformare il sistema. Eppure, secondo Rebecca Stotzer, sono necessari profondi cambiamenti politici e culturali: più congedi parentali retribuiti per entrambi i genitori, una rivalutazione del lavoro domestico alla pari del lavoro retribuito e un'educazione per ragazzi e ragazze alla gestione della casa e alla cura dei propri cari.
Da parte sua, Siobhain Lash (docente in general Buisness alla West Virgina University) sottolinea che potremmo anche trarre ispirazione dalle comunità che sanno già resistere all'esclusione e alle crisi: tradizioni indigene, solidarietà tra neri, modelli latinoamericani di mutuo soccorso e azione collettiva.
Le due ricercatrici concordano: le preoccupazioni delle donne tradizionali non devono essere ignorate a priori. Devono essere affrontate offrendo alternative inclusive e sostenibili, in grado di offrire sicurezza, significato, appartenenza e praticità. Perché più la polarizzazione peggiora e più le crisi economiche e ambientali si moltiplicano, più crescerà l'attrattiva delle soluzioni semplicistiche ed è proprio in questo contesto che prosperano algoritmi e influencer di estrema destra.
Dietro le lamentele delle tradwives si cela una critica più ampia: molti associavano femminismo e capitalismo in un unico sistema, accusato di costringere le donne a lavorare, a scapito di quello che consideravano il loro ruolo primario di cura. Naturalmente, per oltre un secolo, la teoria e l'attivismo femministi hanno denunciato la sottomissione delle donne al capitalismo e hanno mostrato come la svalutazione del lavoro di cura rispetto al lavoro retribuito intrappoli le donne eterosessuali in un vicolo cieco economico....
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 Vecchie,vecchine,vecchiette & Befane  

Befana ‌

Lo spunto per questa riflessione è arrivato il 5 gennaio, dalle mie amiche, perlopiù coetanee: istruzioni di volo per la notte del 6, scelta tra scope elettriche, a benzina o diesel, chi si lamentava perchè era troppo freddo per uscire. Al momento sono rimasta perplessa per l’uso dello stereotipo da parte di donne di chiara e manifesta storia e indole femminista …
Ma Befana è un insulto? E’ l’unica donna che può girare di notte senza aver paura di essere molestata, vola nella notte tra il 5 e il 6 gennaio distribuendo dolci o carbone a seconda se si è stati buoni o cattivi, non deve fare corsi di assertività: si fida del suo intuito, decide lei e non si deve giustificare per le sue scelte, lavora un giorno l’anno ma il suo è un business di successo, che dura da centinaia di anni, ha capito che sul lavoro è fondamentale avere un mezzo proprio, la fama di dura, e non parlare con nessuno. La Befana è autorevole, è un role model, altro che insulto!
La leggenda cristiana narra che i Re Magi, diretti a Betlemme, chiesero indicazioni a una anziana signora (la Befana) ma lei, troppo impegnata, rifiutò – un po’ sgarbatamente - di unirsi a loro. Dopo la loro partenza, si pentì e preparò un sacco di dolci per unirsi al viaggio (in effetti anche la dura Befana prova sensi di colpa come noi umane ….) ma non incontrò più i Re Magi, si mise allora a cercare il Bambino Gesù, fermandosi in ogni casa e donando i suoi dolci ai bambini incontrati lungo il cammino. Non trovando mai il Bambino, continuò il suo peregrinare, visitando ancora oggi le nostre case nella notte dell’Epifania … quindi, in fondo, è anche buona, generosa e infaticabile. La Befana, poi, simbolicamente “scopa” via l’anno vecchio, getta i semi del nuovo inizio (nei riti pagani antiche divinità femminili come Abundantia o Satia volavano sui campi alla fine dell’inverno per benedirli e fecondarli, ed erano raffigurate come figure mature o anziane, custodi del tempo e delle stagioni), la sua scopa simboleggia passaggio e purificazione, fine di un ciclo, con l’arrivo di giornate più luminose e più lunghe …

Quindi, la prossima volta che mi diranno Befana saprò cosa rispondere: GRAZIE!
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 INVECCHIARE INFORMATE 
  Donazioni: finalmente la riforma attesa da anni! 

INFO NEWS ‌

Fino al 18 dicembre 2025, la donazione di immobili ha creato numerose criticità, sia nella possibilità di venderli sia nell’ottenimento di un mutuo. Gli immobili ricevuti in donazione erano infatti considerati “a rischio”, perché chi li acquistava poteva essere chiamato a restituirli in un momento successivo.
Grazie alla riforma, chi acquista oggi un immobile ricevuto dal venditore per donazione, ha invece la certezza di non doverlo restituire.
Inoltre, un erede che aveva ricevuto una donazione dal genitore in vita, al momento dell’apertura della successione vedeva tale donazione sommata all’eredità ricevuta, ai fini del calcolo dell’imposta di successione.
A partire dal 2026, invece, donazioni e successioni verranno considerate separatamente, sia per il calcolo dell’imposta sia per la verifica del superamento dell’eventuale franchigia limite di esenzione per il versamento dell’imposta.
La nuova normativa elimina quindi la possibilità per gli eredi esclusi dalla donazione e lesi nella loro quota di legittima, di chiedere ai terzi acquirenti del bene la restituzione, come avveniva in passato. Resta però il diritto dei legittimari (coniuge, figli e, nei casi previsti, ascendenti), che continuano a vantare un diritto di credito nei confronti del donatario, pari alla quota di legittima lesa. Questa è una breve sintesi della parte della legge che più ci riguarda. (
Legge 182/2025 | Articoli 561 e 563 C.C.)
La spulciatrice
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  Opzione donna se ne va... 

Opzione donna ‌

Senza clamore, dopo vent’anni di alterne vicende, Opzione donna se ne va. Quest’anno saranno trattate dall’Inps le domande in attesa, presentate nel 2025. Poi solo le persone in possesso dei requisiti al 31 dicembre 2024 potranno eventualmente fare domanda, appellandosi alla cristallizzazione di un loro diritto.(Vedi il sito Mia pensione).
Inventata dal Governo Maroni nel 2004, Opzione donna è stata una possibilità di pensionamento anticipato che all’inizio aveva un suo appeal che è appassito nel tempo, per via dei requisiti sempre più penalizzanti introdotti dalle leggi di bilancio: età, anni di contributi richiesti e, soprattutto, metodo di calcolo legato ai contributi versati (metodo contributivo). Rispetto al metodo retributivo, il contributivo è penalizzante soprattutto per chi, come le donne, ha una carriera lavorativa meno remunerata e discontinua, spesso a causa degli impegni di cura in famiglia.  Nonostante ciò, sono state 83 mila le domande accolte dall’INPS dal 2019 al 2022 poi, via via, il flusso si è assottigliato, mentre si appesantivano i requisiti: con la legge di bilancio 2024 ci volevano ormai 35 anni di contributi e 61 anni di età, ridotti di un anno per ogni figlio, nel limite massimo di due anni, insieme a documentate necessità di cura a famigliari con handicap o invalidità oppure difficoltà personali nell’accesso al lavoro.
Ora, con questi requisiti il numero di prestazioni attese con Opzione Donna non sarebbe stato probabilmente consistente, solo che la cancellazione è in cambio di niente ed é normale che una parte delle lavoratrici veda con preoccupazione il traguardo obbligato della pensione di vecchiaia a 67 anni e passa.
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Dal nostro gruppo di lettura:
L'orologiaio di Brest di Maurizio de Giovanni 

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Vera, giornalista quarantenne dibattuta tra insoddisfazioni e dubbi sul lavoro che fa; Andrea, deluso dal suo mondo accademico che lo sta portando nel baratro di uno scandalo; il misterioso orologiaio di Brest, presenza costante sulla soglia di un negozio ma la cui vita è circondata da un alone inquietante di mistero. Sono i protagonisti del romanzo di Maurizio de Giovanni.
Tre persone che all’apparenza non hanno storia, desideri, angosce esistenziali in comune; la loro vita sembra scorrere su binari che non prevedono avvicinamenti. Ma un giorno, inaspettatamente, Andrea si trova davanti Vera che, spinta dalla ricerca di una verità che la riappacifichi con la vita, lo mette al corrente di un segreto che li accomuna; un fatto di sangue di molti decenni prima, un buco nero misterioso insinuatosi per anni nella vita di Vera togliendole serenità; un segreto, tenacemente protetto dalla mamma di Andrea, che una volta conosciuto, dà nuovi contorni alla sua vita; la figura dell’orologiaio che sembra acquistare ancor di più ambiguità e mistero. De Giovanni comincia così un racconto che oltre a trama di romanzo diventa indagine politica perché trasporta il lettore negli anni bui della Repubblica, lo costringe a ripercorrere storie di terrorismo e di terroristi, gli fa riaprire il libro sulle vicende di “misteriosi uomini degli ingranaggi”, militanti di organizzazioni combattenti, custodi di segreti inconfessabili.
Si aprono cassetti di memorie custodite gelosamente e con dolore, si spalancano porte che hanno protetto affetti e delitti; Vera, che all’inizio del romanzo sembrava l’unica alla ricerca della verità, travolge anche Andrea in questa precipitosa e dolorosa corsa a ricordi rimossi. E, finalmente, anche la figura dell’orologiaio di Brest acquista una sua autenticità, dibattuta tra amore e rimpianto per la sua famiglia e appassionata adesione a grandi ideali.
Il gruppo di lettura non ha espresso un giudizio unanime sul romanzo; qualcuna di noi, facendo riferimento allo stile, ha messo addirittura in discussione la reale paternità del romanzo. La storia, comunque, ha fatto fare a tutte un balzo all’indietro verso ricordi di eventi che ci hanno coinvolto e interessato. Recensione di Milena Pieri
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 Da leggere : 
Amiche, undici storie di legami e fratellanze 
di Di Caro, San Marzano, Dossi, Maraini, Porrino, 
Sabbadini, Sancin, Serra, Valerio 
ed.Il Mulino  

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Amiche , è un titolo in dissonanza con la credenza che “l’amicizia non è una cosa da donne e per le donne”. Dacia Maraini nell’introduzione al libro ripercorre – partendo dai grandi miti dell’antichità – la costruzione dell’ostilità all’amicizia tra donne, derubricata a invidia, competizione, gelosia; all’opposto erge la mitizzazione dell’amicizia tra maschi. Gli esempi sono molti e presenti nelle diverse culture; si pensi all’amicizia tra Achille e Patroclo. L’amicizia fra due donne – sottolinea Maraini – è stata osteggiata e considerata pericolosa dalla cultura patriarcale che ha preteso il controllo dei sentimenti delle donne ritenendo quei legami potenziali incrinature del rapporto famigliare. Una forma di controllo; tra donne era tollerata se tra parenti (esempi li troviamo nella Bibbia, nella letteratura). l libro Amiche raccoglie undici storie di legami fra donne, che sono anche figure di rilievo nella storia sociale e politica italiana, scritte da giornaliste e scrittrici del gruppo Controparola, nato a Roma nel 1992. Nella costruzione delle storie le autrici si sono avvalse di più fonti e diverse a seconda delle coppie di amiche presentate.
L’amicizia viene narrata nel suo divenire, segnato dalle interruzioni e anche da rotture avvenute per ragioni politiche o di visioni differenti, tuttavia nelle diversità un sentimento unisce queste storie ed è la relazione di amicizia come  “spazio” di vita, rifugio di libertà. 
Sono racconti nei quali basta poco per capire che possiamo essere anche noi, che i loro percorsi, sono anche i nostri. Non serve conoscerle.
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Da vedere:  GIOIA MIA  di  Margherita Spampinato  
Recensito da Pietro Roberto Goisis 

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Ci sono film che prendono lo spettatore per mano e lo trasportano in un’atmosfera speciale, quasi onirica. Gioia mia (2025), esordio nel lungometraggio di Margherita Spampinato, è proprio questo tipo di esperienza: un viaggio, prima ancora che un racconto.
Il film segue un bambino mandato dai genitori a trascorrere del tempo estivo con un’anziana zia in Sicilia. L’inizio è segnato dal disorientamento. 
Il piccolo protagonista fatica a gestire le sue giornate senza gli strumenti digitali — il cellulare su tutti — che scandiscono abitualmente il suo tempo.
La stessa sensazione coinvolge anche lo spettatore: una lentezza inusuale, fatta di attese, silenzi, piccoli gesti. Una sospensione che può spiazzare.
Poi, gradualmente, qualcosa cambia. Così come il bambino inizia ad apprezzare l’esperienza che sta vivendo, trasformandola in un autentico percorso di formazione, anche noi, se accettiamo il ritmo del racconto, veniamo ricompensati.
Il film si apre al piacere dell’osservazione, al gioco, agli incontri, al divertimento, al tempo del luogo che lo accoglie. Ne nasce un’esperienza di grande serenità, attraversata da un senso profondo di gioia.
Gioia mia è un film da cui si esce con il cuore sollevato. Un plauso alla regista esordiente, siciliana autentica come gli attori, e a un cinema italiano capace di uscire dagli stereotipi e dire qualcosa di davvero originale.
Per vedere il trailer  clicca qui
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                                                           Cosa bolle in pentola  

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Due importanti segnalazioni:
 - In data 1 dicembre si è riunita l'Assemblea Straordinaria della nostra Associazione per la nomina del nuovo Consiglio Direttivo e, a seguire, il 15 dicembre il Consiglio Direttivo ha nominato Presidente Lucilla Tedeschi, Vicepresidente Mari Festari, Segretaria Paola Brivio.
- Vi informiamo che  Chiara Sormani, che ringraziamo, ha rinnovato anche per il 2026 lo sconto del 25% sui prodotti cosmetici FACE D per le nostre socie. Il codice va richiesto alla  mail associazionedonnein@gmail.com.
- Gentili amiche, é aperta la campagna 2026 per il rinnovo delle quote associative e per l'iscrizione di nuove socie. Per diffondere i nostri eventi e progetti abbiamo bisogno della partecipazione di tutte voi. Il costo della tessera annuale è di € 30,00 con versamento sul c/c di Donne In IBAN: IT54B0306909606100000187621.

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       Tesseramento 2026 
                  sul nostro sito     www.donnein.net               
                     puoi fare o rinnovare la tessera                   

E' pur vero che per soli 30,00 € all'anno Donne IN    
ci da una tessera che ci apre tutte le porte, ........ma non spingere e stai in coda ............
che di tessere    
ce n'è per tutte!!

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mafalda