

Una pillola di “ageismo e linguaggio”
Senior fa “figo” e vecchio fa “vecchio”: perché?
Giovani medici sotto la guida di un geriatra rispondono ad un’indagine sulle trappole dell’ageismo nel linguaggio. Sono ignari di essere oggetto di uno studio condotto da Guy Mico sul concetto di vecchiaia, che ripetuto negli anni, dà sempre identici risultati:
“VECCHIO” evoca: rugoso, triste, fragile
“SENIOR” evoca: saggezza, potere, benessere economico, ruolo sociale
Gli intervistati non sanno che sul vocabolario la definizione dei due termini è quasi identica.
La parola senior, d’origine latina, è sia sostantivo che aggettivo comparativo, ed ha un significato positivo. Nel turismo è diventato una interessante fascia di mercato, e nel mondo del lavoro indica i più anziani ma anche chi ha uno skill professionale più elevato. Così è anche nello sport. Ma i senior sono rispettati, ammirati, hanno un ruolo importante nella comunità, solo finché si mostrano efficienti e utili e poi possono anche loro essere disprezzati.
La parola vecchio non è un aggettivo comparativo e indica obsolescenza e scadenza: richiama quella sorta di compassione che dovrebbe compensare l’esclusione dalla società, dalla rapidità, dalla velocità, dal mondo produttivo, dalle performance.
I media alimentano questo approccio, sottolineando prima gli aspetti negativi della vecchiaia e solo in un secondo tempo quelli positivi: quando un anziano è coinvolto in un incidente la prima cosa che si fa notare è la sua età.