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Il ricordo di una di noi... Era difficile non notarla fra il gruppo delle donne: delegate e attiviste della Cgil, riunite sempre nel tentativo di contare di più all’interno delle strutture sindacali: appassionata e sorridente, propositiva e positiva, sempre pronta a valorizzare le caratteristiche delle persone. Da allora una lunga militanza ci ha accomunate: Milano, Roma, quanti appuntamenti, manifestazioni, battaglie, discussioni anche accese, finché ti abbiamo chiesto, Clara, di venire a lavorare con noi a Milano e ricordo bene la tua risposta: “Sì, vengo, ma continuerò ad abitare a Codogno, lì ho la mia casa, i miei fiori, la mie radici…”; avevi ragione tu, Clara, le proprie origini non si devono disperdere e così fu fino all’esperienza di “Pari e Dispari” con Pina, per occuparsi dei diritti delle donne in modo concreto con progetti che soltanto tu sapevi così bene mettere insieme. Sempre disponibile sia per ideare nuove modalità organizzative a favore delle donne che nel dare consigli, anche personali, nelle scelte faticose della vita sindacale, ma soprattutto la tua presenza era una certezza, quando ci assaliva un dubbio o nei momenti difficili c’eri sempre per tutti e tutte; il confronto con te era così pacato e deciso e ci convinceva per l’affetto e la passione che portavi dentro. Hai illuminato anche il nostro cammino da anziane, l’intuizione di DONNE IN ci sprona tutti i giorni e ci aiuta a capire questa fase della nostra vita che chiamano “vecchiaia” e che vogliamo riempire di elementi propositivi per trovare, con consapevolezza, nuove forme di protagonismo al femminile. Non ti lasceremo andare Clara, sarai sempre con noi, le nostre saranno le tue battaglie, ti sentiremo al nostro fianco ad ogni iniziativa, non sei lontana, la tua presenza sarà una costante nelle nostre giornate. Con questo gesto di estrema generosità i tuoi occhi vedranno ancora e tu ci vedrai e noi ti vedremo perché non si spengono mai gli occhi di chi si vuole bene. Paola 16 settembre 2025
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MA COSA TI DICE IL CERVELLO?
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Il caso di Dominique Pelicot ha sconvolto la Francia: per oltre dieci anni, un uomo ha drogato sua moglie Gisèle e l’ha fatta violentare da decine di uomini, filmando gli abusi e condividendo i video online. Il processo, iniziato ad Avignone, ha coinvolto 51 imputati tra i 26 e i 74 anni, accusati di aver partecipato agli stupri mentre la vittima era priva di sensi. Gisèle ha scelto di rinunciare all’anonimato per dare forza alle altre vittime di violenza sessuale. Le reazioni pubbliche al caso Pelicot sono state intense e profonde, scuotendo l’opinione pubblica, francese e non solo. Molte e diverse le reazioni: indignazione e shock, solidarietà e supporto, riflessione sociale e culturale: alcuni media hanno parlato di un “prima e dopo Mazan”, indicando che questo processo avrebbe potuto segnare un punto di svolta nella consapevolezza collettiva sulla violenza di genere. Era il 2024, un anno fa: una vicenda di una violenza inaudita, chiusa con condanne – pur non esemplari - per tutti gli imputati, tutte abbiamo ritenuto di trovarci di fronte ad un caso eclatante, un unicum, e sperato che la testimonianza di Gisèle ispirasse le donne a parlare apertamente degli abusi subiti, rafforzando il concetto di giustizia di genere. Ma proprio in Italia, proprio oggi, succede che sui social si scopra che 32.000 uomini sono iscritti ad un gruppo pubblico – attivo dal 2019 - che si chiama “Mia moglie”, dove vengono condivise immagini di donne ignare, ritratte in momenti intimi, pubblicate e messe in rete dai propri mariti, a disposizione di tutti. Così, dopo il caso Pelicot, si scoperchiano anche da noi impensabili cloache, luoghi nei quali si perpetrano stupri virtuali ma non per questo meno violenti, carichi di commenti, di ingiurie, incitamento a spiare … anonimi vigliacchi, che ritengono che le donne siano oggetti, confermano l’esistenza di una “comunità dello stupro” persistente e apparentemente inconsapevole, tanto da definire “bigotte” le donne che hanno appreso con orrore dell’esistenza del gruppo, e, molte, di esserne vittime. Un Vaso di Pandora pieno dei miasmi del mondo. E senz’altro non l’unico… Ma a questi uomini cosa gli dice il cervello? Come fanno a non capire questi maschi l’enormità e la gravità delle loro azioni? E invece no, non capiscono, e francamente non capiamo nemmeno noi cosa passi per il cervello di stimati professionisti, di impiegati, di idraulici o infermieri, di persone che conducono una vita apparentemente “normale” quando mettono a disposizione i corpi delle loro compagne, o figlie. Non capiamo se l’anonimato, che pare falsamente garantito dal web, copra disagi collettivi profondi: non è un giudizio morale, non ci interessano le fantasie erotiche di nessuno, il giudizio è ancora una volta politico, centrato sull’uso e l’abuso del corpo delle donne che ancora oggi alcuni/molti/troppi maschi credono di poter fare impunemente, a prescindere dalla volontà delle donne. E noi, povere femministe d’altri tempi, assistiamo attonite ad una società che pensavamo di aver contribuito a cambiare, e che non è cambiata affatto…. Per continuare la lettura clicca qui
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INVECCHIAMENTO E PICCOLE ANARCHIE: UN BINOMIO VINCENTE
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Arrivo ai 70 anni con un pesante bagaglio di sensi del dovere e sensi di colpa: educazione cattolica e militanza nella sinistra. Ma, la costruzione di sé non finisce mai, come ci dice Hillman nella “Forza del carattere”, e quindi nuove scoperte e nuovi approcci: gli obblighi e i doveri continuano e diventano gabbie un po’ arrugginite che restringono i movimenti fisici e mentali. Il mio adorato cugino quando sintetizza il suo stato di “vecchio signore” dice “la vecchiaia accorcia tutto: passi, pensieri, tendini, prospettive, desideri” e un po’ è colpa delle nostre infrastrutture interiori. L’apertura al nuovo e la ricerca del continuo migliorarsi mi avvicina alla pratica buddista e nella meditazione cerco di fare entrare un concetto che non avrei mai osato frequentare prima: il diritto alla felicità. Il buddismo è grande disciplina e costanza e si rivolge alla nostra mente. Governare la mente perché le nostre azioni si rivolgano al diritto/dovere di realizzare le cose che ci fanno felici. Scrollarsi di dosso una mente che mi giudica e controlla e, a volte, mi boicotta da 70 anni è dura, ma il cammino è lungo e molto gratificante e spero di avere il tempo per ottenere qualche successo. Ma intanto rifletto sulle “gabbie” e sui “riti” dentro le quali e intorno ai quali gira la nostra vita ora. Si sa che i riti, le abitudini e le consuetudini danno sicurezza e più siamo sole e più questa “salvezza” viene praticata per rafforzare la nostra identità: non si tratta di azioni complesse, ma banali rassicurazioni che colorano la nostra realtà con delle sfumature che ci “fanno stare in pace con noi stesse”. Vero? Mah! Per fare grandi rivoluzioni ci vuole grande coraggio e purtroppo la natura ne distribuisce poco alla nascita, e l’educazione alla modestia ed all’umiltà fanno la loro parte nel distruggerlo. Allora lanciamoci in piccoli gesti anarchici che non destabilizzano la complessa struttura del nostro io doveristico, ma che ci aprono qualche spiraglio per accompagnare la nostra vecchiaia con qualche concessione liberatoria e fuori dai riti prescrittivi. Impariamo a dire di no: adorati nipotini affibbiati all’improvviso, abituali inviti a cena con partecipanti tanto cari, ma noiosi come l’orticaria che, dopo un resoconto dettagliato di acciacchi, esami, misure preventive per preservare l’involucro, passano al pessimismo più nero sul futuro loro e dell’umanità, noiosissimi concerti che raccolgono tutti gli ex amanti del pop, blues, rock perché da vecchi bisogna farsi una cultura classica, infatti la regola dice che battere il piedino quando suonano i Coldplay è patetico a 70 anni!. E avanti così, concedendoci qualche trasgressione finché ce lo possiamo permettere: la “grasse matinée” che i francesi hanno inventato per definire una lunga dormita, con colazione a letto, libri, tv, briciole comprese. Non è vero che i vecchi dormono meno, si svegliano presto perché sono rosi dalle ansie doveristiche. Dire quello che pensate senza filtri (non Gianburrasca, ma taglio dei rami secchi) trasgredire a orari e limiti che ci siamo autoimposte per ragioni di sicurezza e/o salute (è ansia), ascoltare davvero un giovane che ci da istruzioni per l’utilizzo di un device o per la frequentazione di un locale che per noi erano out solo al pensiero. L’elenco potrebbe continuare, ma ognuna di noi sa quali sono i riti, tanto diversi per ognuna di noi, che la tengono prigioniera, ma che la fanno “sentire a posto”. L’importante è esercitarsi a compiere piccoli gesti liberi, in apparenza trasgressivi e nuovi come è nuova la nostra età: in fondo è la prima volta che siamo vecchie o no? e prendiamo nota che nessun fulmine ha squarciato il cielo per punirci. Dei vecchi si dice spesso che sono rigidi (per l’ossatura hanno ragione ahimé), abitudinari, saccenti, noiosi, autoritari e prescrittivi e forse è vero, ma forse bisognerebbe aggiungere che sono stati condizionati da modelli penalizzanti e che sono spaventati per quel che li aspetta e abbarbicati a quello che sono o che vorrebbero essere, pena la perdita di ruolo, identità e storia. Ma forse il difetto più grave è il non ascoltarsi con generosità e comprensione, non ascoltare le novità che nascono in noi, non sperimentare cose e modi di essere. Un enorme gatto che si mangia la sua enorme coda, ma dobbiamo impegnarci a praticare un po’ di anarchica destrutturazione della nostra cementificatissima mente, perché non abbiamo più molto da perdere e poi “Se non ora quando?” Per continuare la lettura clicca qui
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La cicala parlante n. 30 di Renata Prevost
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Sorridi c'é la telecamera!
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Sicurezza o zappa sui piedi? Libertà o prigione? Il pregiudizio o preconcetto avvalorato dal bias del cervello ci porta spesso a definizioni errate che conducono ad una sempre maggiore demagogia politica seguita a ruota da leggi fatte alla rampazzona per cui quella che doveva essere una nostra protezione diventa un ribaltamento di ruoli. Gli stereotipi sono comodi e rassicuranti ma anche ciechi e crudeli ci permettono di fare classifiche ma anche di perdere la bellezza dell’umanità. L’eccesso di democrazia privata di regole approfondite rimbomba di assurdità nel tunnel della nostra quotidianità. La demagogia urla promesse e certezze come fossero vangeli ma la verità è altrove nascosta tra ombre e silenzi, la demagogia è una nebbia in cui non dobbiamo perderci. Abile ad insinuarsi nelle vene della democrazia corrode la fiducia alimentando paure che diventano la bussola dei comportamenti. In un mondo recentemente diventato un caos al cui confronto la Torre di Babele era un luna park di periferia, le leggi attuali abbinate alla telematica aumentano questa confusione anche quando è usata proprio per difesa. Viviamo dentro le telecamere. Da una parte ci vengono fornite informazioni talvolta imprecise inducendo atteggiamenti e credenze erronee, dall’altra espone la nostra privacy addirittura in versione mondiale come e è successo ai due amanti del concerto del Coldplay, se poi riprendiamo col video in metropolitana o nella via borseggiatori cuccati in flagrante invece di un grazie veniamo denunciati per aver violato la privacy di un “lavoratore durante le sue mansioni”. Non funziona, questa cosa non funziona. Eppure nei supermercati, sopra ogni portone, nei musei, nelle gallerie, ovunque anche sui treni, oggi c’è una telecamera, una telecamera in questi giorni ci ha permesso di vedere un omicidio in diretta su un treno negli Stati Uniti ma non di salvare la vittima, un’altra telecamera ci ha permesso di vedere in un supermercato ragazzotti che bevono un succo da una confezione e poi la rimettono al suo posto ma nessuno li ha bloccati, ci ha permesso di vedere l’ennesimo femminicidio vicino ad un’automobile ma anche qui nessuno fa nulla per fermare l’assassino. Siamo diventati tutti dei guardoni con o senza il telefono in mano e paurosi, non ci mettiamo in mezzo, del resto chi lo fa finisce quasi sempre sul giornale per il suo funerale con ringraziamenti ed elogi. Per continuare la lettura clicca qui
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La posta del look di Carla Massara
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LA MODA SECONDO GIORGIO
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Giorgio Armani ci ha lasciato la mattina del 4 settembre 2025. La notizia è stata dirompente e ha colpito, lasciandoci increduli, il mondo intero. La poesia delle sue sfilate è stata unica e insuperabile; un crescendo continuo di raffinatezza ed eterea bellezza. Armani è stato non solo un grandissimo couturier, ma è stato colui che ha inventato “Lo stile”. Dalla destrutturazione delle sue giacche negli anni’70, è iniziato nella moda un percorso inarrestabile di cambiamento. E finalmente anche le donne ebbero il loro Power Dressing. Lasciarono nell’armadio il vestitino per bene per andare a lavorare e indossarono dei fantastici tailleur pantaloni, con la giacca svuotata da spalline e intelaiature varie e pantaloni morbidi e fluttuanti. Abbiamo compreso cos’è lo stile dai suoi giacchini senza collo, dal suo sguardo all’Oriente, sapientemente mischiato alle linee pulite e mai rigide dei suoi capi, dall’avere lanciato quel nuovo colore, il greige, nato dall’unione di grigio e beige, che spesso era interpretato in pantaloni leggeri che, come vele che attraversavano i mari, veleggiavano sulle passerelle. Lo stile di Giorgio Armani ha liberato tutte noi donne dal vincolo dell’età. Fino ad allora invalicabile. C’era la minigonna per le ragazze e poi la moda per le signore. Nessuno è riuscito ad unire le generazioni come ha fatto Armani. Dalle sue sfilate emergeva una moda fatta di abiti così raffinati, così femminili che si adattavano a tutte le età, sconvolgendo la tranquilla ovvietà della moda per giovani e quella per adulti. Coniugava con naturalezza la materia, quelle dei suoi tessuti, e l’anima, alimentando con costanza e determinazione una sua filosofia di vita. Colori, ricami, tessuti impalpabili degli abiti da sera, corrono veloci davanti ai nostri occhi come un film che non vorremmo mai più fermare. Impersonava la classe in tutte le sue sfaccettature e il rigore di un immenso e instancabile lavoratore, lasciando a tutti noi la preziosissima eredità delle sue creazioni. Mi porto stretto nel cuore quel giorno di qualche anno fa, quando incrociai il suo sguardo azzurro durante una delle sue passeggiate solitarie in Via Manzoni. E qui rimarrà per sempre. “L’importante non è farsi notare ma farsi ricordare” - Giorgio Armani Anche sul nostro sito clicca qui
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HUGO PRATT, Geografie Immaginarie". Siena Palazzo delle Papesse 11-aprile-19 ottobre 2025
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Se in quest’ultimo lembo di estate siete tra le morbide colline toscane potete permettervi una sosta a Siena, città magnifica, e vedere una chicca di mostra che sicuramente non capita tanto spesso. Varrebbe la pena andarci anche apposta, basta un weekend, con aggiunta di visita al Duomo e al suo splendido pavimento e all’antico ospedale Santa Maria della Scala, ora Centro Museale. La mostra è dedicata a Hugo Pratt grande fumettista e scrittore, creatore di quell’uomo mitico e avventuroso di Corto Maltese. Non importa essere cultori o amanti dei fumetti, io non ho mai letto, se non di sfuggita, qualche pagina di Corto Maltese e non sapevo quasi nulla di Hugo Pratt, ma passeggiando nelle sale del palazzo delle Papesse si viaggia per tutto il mondo attraverso gli acquerelli e i bozzetti di Pratt. Mi ha colpito in particolare una sessione dedicata a tutte le numerosissime figure femminili di cui ha riempito le sue storie e i suoi splendidi disegni. Pratt era un uomo schivo, solitario, ma grandemente pervaso da uno spirito di ricerca e osservazione e anche di rispetto per le figure che descriveva e in particolare per quelle femminili che non sono solo compagne di qualcuno, come spesso nei fumetti e non solo vengono presentate, ma come eroine autonome e dalla spiccata personalità, tutte seducenti, spesso pericolose. “Eroiche, traditrici, rivoluzionarie, benevole, fate irlandesi, divinità vere o presunte, folli principesse, codarde, incorruttibili, creature eterne o sogni che svaniscono al mattino. Donne che fanno fatica a tirare avanti e donne che hanno tutto sotto controllo, donne travolte dalla storia e donne che hanno deciso di scrivere a modo loro quella stessa storia. Senza le donne che hanno incrociato il suo destino, Corto Maltese non sarebbe altro che un eroe inquieto e sfuggente.” Queste “Donne dell'Avventura”sono incontri che avvengono ovunque nel mondo, dall’Africa al Sudamerica , dalla Cina all’Europa e attraversano momenti importanti della storia del novecento. Spesso le figure femminili di Pratt sono delle rivoluzionarie e lottano con sincera e inguaribile passione per la libertà. Anche sul nostro sito clicca qui
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Da vedere Elisa di Leonardo Di Costanzo recensione di Pietro Roberto Goisis psicoanalista e critico cinematografico
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Un altro film bello e intenso che ci interroga e turba. Il regista torna al tema carcerario dopo “Aria ferma” del 2021. Se allora tutto ruotava all’interno delle mura circolari della prigione, qui ci muoviamo dentro la misteriosa e complessa mente della protagonista. Ispirato al libro “Io volevo ucciderla” di Ceretti e Natali, racconta i colloqui tra una giovane donna omicida e il criminologo che la incontra in carcere dopo 10 anni di detenzione. È una storia vera. Sconvolgente e drammatica. Coraggiosa pure. Barbara Ronchi ne è la straordinaria e credibile attrice protagonista, una prova superba davvero. Quante domande si aprono in noi. Perché si commette un crimine contro la persona? La nostra storia spiega il fatto? Comprendere vuol dire giustificare? Occuparsi di Caino (l’omicida) mette in secondo piano Abele (la vittima)? Giustizia significa vendetta? E il dolore dei parenti? A me sono sembrati centrali tre punti. Il potere trasformativo, come sempre, della relazione e dell’ascolto. Il dubbio sul concetto di rimozione o negazione. Elisa, in realtà, tace (non ricorda) così come voleva zittire la sorella. La domanda: c’è possibilità di riparazione e di cura? Quali domande e risposte in voi? Anche sul nostro sito clicca qui Per vedere il trailer clicca qui
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Per ricordare: Robert Redford
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Un ricordo scelto da Carlo Confalonieri Anche sul sito clicca qui
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RICORDATEVI sul nostro sito la nuova categoria "LETTI PER VOI" dove potrete trovare interessanti articoli nazionali e internazionali raccolti per voi. IL nostro BLOG è sempre in attesa dei vostri pensieri ed esperienze, ma....invano. Sembra che non abbiate desiderio di condividere le vostre opinioni sull'argomento di cui tanto parliamo: la solitudine; perciò aspettiamo suggerimenti e nella prossima Newsletter proveremo a proporvi nuove strade.
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