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La Cicala parlante: E’ arrivata la rivoluzione, non ho niente da mettermi

Nel 1972 Livia Cerini, esordì in un monologo, tra una finta seduta psicanalitica e una presa in giro della gioventù di allora, parlando degli armadi delle donne, che sono pieni malgrado le fanciulle di ogni età dichiarino di non avere mai nulla da indossare.

Perché un vestito non è soltanto un vestito.

Al contrario di una rosa, che è una rosa, è una rosa.

Vorrei iniziare l’anno parlando di vestiti, non per lo shopping però, prima vorrei delineare un pensiero sulle feste appena finite.

La finta fratellanza e la bontà che si è respirata nei luoghi pubblici, nei media e nelle pubblicità mentre una grande parte del mondo piangeva su orrori indicibili, io l’ho trovata piuttosto tossica, tanto da rendere i miei/nostri personali festeggiamenti famigliari modesti, con sorrisi forzati per i nipoti.

Strano pensare che l’Occidente, ma anche luoghi come Gerusalemme, La Mecca, Teheran, Bagdad, Il Cairo, Karachi, Giacarta, Mosca e Pechino, attendano ogni anno, da secoli, quel che ci fu raccontato avvenne in quel di Betlemme: la nota nascita.

Nel corso dei secoli questa leggenda ha subito svariate mutazioni fino a arrivare a Babbo Natale, e ha riscritto la sceneggiatura fino a un botto natalizio di consumismo, di dispendio di fatiche, inutile uso di denaro, illusione di sogni, esagerazione di doni soprattutto ai più piccoli, fuorviando desideri, aspettative, futuro, creatività.

Tornando ai vestiti sia quelli che avete comperato o vi hanno regalato, sempre troppi, guardiamoli sotto un aspetto diverso.

I vestiti nostri o di altri, parlano di chi li indossa e della relazione che abbiamo con essi.

Se è vero che l’abito non fa il monaco è anche vero che l’abito parla e ricorda.

Che abito avete indossato la notte di Natale? Pensate perché avete fatto quella scelta, vi dirà cosa vi aspettavate dalla serata, o come volevate affrontarla.

Una camicia bianca può essere sensuale e elegante ma può anche ricordare la divisa del liceo in una scuola di suore, una maglia di colore scuro di lana morbida, può far sentire sicuri, in una notte d’inverno ma anche ripensare a un abbraccio fugace con un amante.

Una camicia a quadri di flanella vi riporta all’abbraccio con vostro padre e quella sciarpa di seta vi porta a teatro o all’opera con vostra madre una sera di primavera.

Una t-shirt rimpicciolita nel fondo del cassetto quando ne esce, vi trasporta in quell’isola dai pesci colorati, cento anni fa quando non facevate ancora la dieta e la risata  sgorgava facile, come l’addormentarsi.

Le gonne di tweed e i gessati li amate oppure no a seconda di come avete vissuto il mese a Londra da teenager per imparare la lingua.

Il filo invisibile che unisce questi tessuti alle nostre arterie è evidente.

Carla Richmond Coffing ,fotografa, insieme alla scrittrice Hanne Steen, ha realizzato un reportage in cui le persone indossano indumenti appartenuti ai loro ex.

Come non pensare a tutte quelle camicie o t-shirt conquistate in notti d’amore, o indossate la mattina in una cucina sconosciuta, alla ricerca di una caffettiera?

Nella serie fotografica troviamo camicie, felpe, giubbotti, guanti, calzini.

Come può un oggetto inanimato scatenare emozioni così forti da far piangere, al contrario degli spazzolini da denti che gettiamo immantinente, i vestiti restano nelle case a testimoniare che qualcosa è accaduto.

Scatole da nascondere in alto, senza spiragli di luce.

Oggetti tribali da conquista.

Macchine del tempo.

Le fibre custodiscono le relazioni, spazio di intimità e calore.

Le scatole degli ex ci osservano sempre, ricamano dolori, custodiscono momenti di pace e di intesa.

Secondo Gerald M. Edelman, premio Nobel per la medicina 1972,  in questi casi, ci immergiamo anche solo per un istante in una riattivazione mnemonica tale da farci rivivere il momento.

Ma questi momenti devono chiarirci il tipo di relazione e anche come noi ci rapportavamo a essa, “perché mi ero vestita cosi, cosa volevo, cosa significava quel vestito e perché lo volevo?”

Ricordate la canzone “Il maglione” di Pino Donaggio, diceva questo: “io mi illudo di stare accanto a te” e il film “Prestazione straordinaria”, 1994, in cui Margherita Buy ritaglia un pezzo di camicia a ogni amante e poi ne fa una coperta che regalerà soltanto quando troverà il vero amore?

Ma i ricordi “li interpretiamo in base alla memoria che dall’infanzia si installa dentro di noi e in quello che pensiamo di essere” scrive Alessandra Ferlini nel suo libro “Corpo delle mie trame.”

L’idea che abbiamo di noi, se ci ossessiona, può portare a malattie dell’immagine che ci fanno vedere diversi da quello che siamo.

Addirittura esistono persone talmente alterate che non riconoscono le proprie gambe e le vedono   come corpi estranei da asportare.

L’abbigliamento è un narratore, è un libro aperto su di noi, sui nostri stati d’animo e le nostre relazioni, con noi stessi e gli altri.

Anche quando acquistiamo, siamo preda del momento di vita che stiamo vivendo: una delusione? un nuovo amore? Un viaggio? Una fatica?

Che la vostra rivoluzione sia politica (magari ce ne fossero ancora), o d’amore o di fuga, non fatevi cogliere impreparati, capite prima cosa state comperando con quel pezzo di stoffa.

E alzi la mano chi non possiede un paio di jeans che ha girato il mondo con voi e ora è un po’ stretto e resta in un cassetto, narratore di avventure e punto fermo di una sicurezza al 100 per 100 che un giorno riuscirete nuovamente a indossarli.

Sono sicura che domani prima di vestirvi ci penserete su, non solo per l’estetica.

Buon anno.

Renata Prevost

 

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