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Da leggere: Donne da ‘Giorni di tarda estate’ di Luigi Ganapini

DONNE

Nel novembre 1943 tutte le ragazze impiegate in uno stabilimento dell’entroterra ligure furono licenziate «per lasciare il posto ai ragazzi che erano tornati a casa». In seguito a ciò – la protagonista del ricordo racconta – l’estate successiva lei andò in campagna

a pascolare le mie pecorelle in compagnia dei miei amici che a loro volta avevano le pecore e le capre da portare al pascolo. È stata un’estate meravigliosa. […] Quell’estate poi il Signore ci ha proprio pensato ed in quei boschi le piante dei ciliegi selvatici erano cariche di frutti. Non si era mai vista una cosa così. Trascorrevamo i pomeriggi sopra quelle piante e ci siamo fatte delle scorpacciate di ciliegie che a noi non erano mai sembrate così buone. Nell’autunno del ’44 però le cose andavano sempre peggio; i giovani erano ormai ricercati da tutti e dovevano nascondersi. Chi non si era arruolato con la Repubblica era andato con i partigiani (1).

 

Due elementi caratteristici del modo in cui le donne ricordano la loro vita nel periodo: pur vittime di soprusi (cacciate in questo caso dal lavoro per fare posto ai maschi), oggetto di tante violenze, sensibili ai patimenti altrui e attente alle altrui sventure, sono anche capaci di superare la sofferenza causata dall’ingiustizia e lasciano spazio alla loro capacità di cogliere bellezza e gioia. Ciascuna di loro avverte tuttavia anche i limiti imposti dalla guerra che travaglia il paese:

Politicamente era impossibile amarsi, non andava bene a nessuno!… Amare un ebreo, orrore, metteva nella categoria degl’intoccabili… amare un partigiano ti procurava arresti, sevizie, deportazione, amare uno straniero era collaborazionismo. Non c’era mai pace e noi avevamo tanto desiderio! Era tutto terribilmente triste (2).

 

E pure il desiderio di vita sopravviveva:

È vero, la morte percuoteva vicino a ciascuno di noi, ma la voglia di vivere era molto, molto più forte; ed anche un ballo in galleria, l’opportunità di stringere tra le tue braccia una persona desiderata, era un modo di continuare ad esistere (3).

 

Non tutte le donne potevano vedere questi segnali di speranza e di futuro: «Le mie nonne, a casa, vivevano un’altra guerra, quella dell’attesa e della sopravvivenza, una guerra che nessuno rammenta mai ma che faceva male come quella combattuta al fronte» (4). Sono riflessioni che aprono a una visione ben diversa da quella consueta, in cui il fragore delle armi, della violenza, dello scontro politico riempie tutta l’esperienza del tempo della guerra: «[…] più il tempo passa e più sono convinta che la guerra, la vera tragedia l’hanno subita le donne, la gente che era a casa, persone anziane […]» (5).

Per le donne c’era, ancora e sempre, la quotidiana fatica casalinga, incrudelita dalle privazioni di quel tempo:

C’era la famiglia, c’era la culla, c’era il marito che andava a lavorare, c’erano le mucche nella cascina. Par la carità, alla mattina prima di mandare a scuola i bambini dovevo aver già preparato il pranzo per il marito, perché andava a lavorare presto.

Poi c’erano le bestie, e prima ancora di venire a casa per mandare a scuola i figli, c’era magari da andare alla cascina fino a quasi Piana dei Monti, perché le cascine le avevamo fuori, noi l’avevamo oltre Castagneia, in là un bel pezzo, andando per i sentieri. Avevamo le bestie là, perché tagliavamo il fieno e lo mettevamo là nella cascina e le bestie mangiavano il fieno e poi facevamo l’ingrasso che serviva per concimare la terra e per coltivare, insomma […].

E oltre la casa e tutto aiutavo anche mio marito. Lui commerciava legname. Allora se arrivava il camion da Vigevano a caricare e gli uomini erano da qualche parte a tagliare, andavo io ad aiutare a caricare.

E poi nel bosco, quando si tagliava, andavo a caricare le donne che lavoravano – erano magari dodici o quattordici donne da far lavorare – e se c’era un carico troppo pesante o un tronco più grosso loro non lo caricavano e non si poteva obbligarle, perché rischiavano di farsi male e allora andavo sotto io, mi facevo aiutare ad alzarmi e lo portavo fuori dal bosco, e adesso ho qui la schiena come ‘n archèt. E se lo raccontiamo ai figli, dicono che non è vero  (6).

 

Le donne ebbero una funzione fondamentale nel contenere le sofferenze della guerra, anche se attorno a loro prosperavano la diffidenza e il disprezzo, ricorda una “donna conduttrice”, vale a dire bigliettaia nelle ferrovie: «La divisa, color ferro, era di foggia “militare” ma nonostante ciò», mette in risalto non senza un’ombra di civetteria,

piuttosto elegante: giacca di taglio sportivo, gonna pantalone, calzettoni solitamente bianchi, bustina nera come copricapo, borsa tracolla portadocumenti e lampadina per il servizio notturno. I rapporti con i colleghi erano sostanzialmente amichevoli, non così con i viaggiatori; quale ringraziamento per il nostro impegno nel lavoro, solitamente, ci dicevano: “Cosa ci state a fare qui, andate a casa a cucire le calze” (7).

 

La gran parte delle testimonianze e i ricordi delle donne viene da un mondo che pare a sé stante, circondato da tensioni e sentimenti carichi di tutt’altro contenuto emotivo: sembrano a mala pena poter essere ricondotti allo stesso paese in cui quelle donne vivono. Ma quel paese estraneo tenta in molti e insistenti modi di mobilitarle e di inquadrarle tra i combattenti dell’una o dell’altra causa. E la voce del potere – del potere fascista repubblicano – è quella che si fa udire più d’ogni altra.

Dal 18 al 24 settembre 1944 la Repubblica fascista celebra la settimana della donna, dedicata «al silenzioso costante eroico contributo dato dalla donna italiana alla Patria in armi». Con un comunicato di stile molto burocratico la Federazione fascista repubblicana milanese invita

enti, ditte e aziende a voler provvedere a collegare l’apparecchio radiofonico con le sale di riunione degli impiegati e degli operai per le trasmissioni che avranno luogo in occasione della “settimana della donna” secondo questo orario: quotidianamente alle ore 15 e alla sera e al giovedì alle ore 12 e al sabato con la “Voce del Partito”.

 

«Italiani!», così suona l’appello dei Fasci femminili per l’occasione:

Onoriamo le madri, le spose, le sorelle, le donne tutte d’Italia che certamente, più ancora degli uomini, hanno sofferto il dolore e il travaglio di questa guerra e che hanno serbato più di ogni altro nel cuore la ferma fede di un giusto destino per la nostra non mortale Italia (8).

 

«La Domenica del Corriere», 24 settembre 1944 anno 46 n. 39

La settimana di celebrazioni del silenzioso, costante ed eroico contributo dato dalla donna italiana alla Nazione in armi: madri e vedove di Caduti e donne di ogni condizione sociale parlano dalla radio alle camerate per incitarle a durare nel lavoro e nel sacrificio per il riscatto della Patria.  Nel disegno di W. Molino una donna anziana, vestita di nero in piedi accanto a un microfono a stelo; di fianco a lei un annunciatore radiofonico tiene fra le mani un foglio; sullo sfondo, allineate lungo la parete della stanza, sono in attesa altre cinque donne dall’espressione triste, sedute con atteggiamento rassegnato.

Un volantino propagandistico sotto il titolo Donne di Firenze, (in alto a sinistra compare un profilo di donna in acconciatura rinascimentale; in basso a sinistra il giglio di Firenze) riportava appena un mese prima:

Non erano che semplici donne, abituate alla vita di ogni giorno ove ognuno si adagia nelle abitudini della propria casa, del proprio ufficio, della propria scuola. Donne di Firenze: gentilezza e grazia. Ma quando l’orda degli invasori osò avvicinarsi e calpestare la terra sacra allo spirito italiano ed europeo, quelle semplici donne diventarono eroine. […] E sfatarono la leggenda della timidezza sentimentale della donna italiana, che è pietosa e piena di umanità, sì, ma non pavida. Esse sanno stringere fra le loro mani frementi la bomba a mano per difendere la propria terra, quando non sono più sufficienti le lacrime e il dolore e lo spasimo di un’attesa inerte, ma quando bisogna combattere, combattere, combattere, perché il nemico, se per il momento non può essere ricacciato lontano da quel suolo che non è suo, non possa almeno marchiare di viltà l’italica razza (9).

 

Un paradigma esemplare. Da una parte la rappresentazione di quotidiane funzioni e di riti abitudinari, improntata al ruolo tradizionale della donna; dall’altro l’improvvisa fiammata della passione patriottica e del furore. Lo stile da melodramma o da romanzo d’appendice poté così riempire di senso più d’una vita, non diversamente da quanto avvenne per i maschi trascinati nella guerra per Mussolini.

E proprio a fianco dell’appello per la settimana della donna compare sul quotidiano milanese «Il pomeriggio – Corriere della sera», il 18 settembre 1944, una novella che questo paradigma traduce in una trama edificante, non esaltante sotto il profilo letterario, ma complessa e rivelatrice.

Gemma, studentessa liceale, sogna viaggi e paesi stranieri sotto l’influsso di un professore di geografia, «un ligure ossuto e gagliardo, giovane, dalla capa angolosa e pelata, e nel sangue aveva l’istinto del migratore e del colono»; più tardi, studentessa universitaria di una Facoltà di Scienze fu «chiesta in sposa da quel signore, funzionario Ministero degli Esteri a Roma che un giorno era venuto a casa col babbo». Acconsente e lo segue nei viaggi, fino a stabilirsi nel Governatorato del Galla e Sidamo – Africa orientale italiana – nella città di Gimma, «oscuro mucchio di tu- cul» che «già nel 1936, sotto l’impulso degli Italiani, sorgeva a ridente città». E quando Gemma al ballo indetto dal Governatore «comparve scollata e si vide, sotto la splendida testa cinta di tizianeschi capelli, il nivale candore delle sue tenere carni […] fu proclamata Gemma di Gimma».

Gli elementi fin qui assemblati nella narrazione non sono tutti lineari. In primo luogo, la giovinetta sognatrice non sceglie una facoltà di lettere o lo studio del pianoforte, ai tempi collocazioni ideali per una figlia di buona famiglia. Studia alla Facoltà di Scienze: come per adombrare un carattere anticonformista che la trae dal novero delle donne comuni.

Malgrado questo preannunzio, la vediamo tuttavia andare sposa a un conoscente del padre, senza che il narratore si curi nemmeno di accennare a una motivazione sentimentale che dia il senso di una meditata scelta di vita. Nella società coloniale italiana Gemma sembra infine doversi mostrare come oggetto, simbolo di femminilità e motivo di desiderio, lasciando alle spalle ogni altro suo carattere.  La sua forza emerge solo quando l’italiana – come le donne di Firenze – si deve confrontare con il nemico: che è per definizione il selvaggio.

Nell’estate del 1941 «le orde inglesi accerchiarono Gimma e al Governatore intimarono la resa a discrezione con la minaccia […] di abbandonare la città alla ferocia degli shifta». Al marito Lorenzo che vuole fuggire la donna recita un monologo mussoliniano, intessuto di “grandezza d’Italia”, testimoniata dalle «strade che noi abbiamo visto costruire» e che  «resteranno […] in segno della grandezza d’Italia». «[…] la violenza ha avuto ragione del diritto e la Patria è stata spogliata dei suoi premi. Ma sangue e sudore di Italiani hanno impregnato queste terre e mai il sangue degli Eroi si è mostrato infecondo».

Mentre nella città si susseguono le violenze degli shifta aizzati dagli inglesi, il marito è arrestato e la donna si ritrova sola nella casa: «[…] Gemma udì gente entrare nel giardino con voci animalesche di indigeni […]». E quando la porta cedette sotto la violenza dell’assalto scatenato dai selvaggi, Gemma, armata di una pistola, «…non esitò. Protese l’arma, sparò. Una scarica di mitragliatore rispose immediatamente. Gemma, senza un grido, cadde ai piedi dei barbari».

Accanto al racconto di Gemma, nella stessa pagina del quotidiano, un Documentario settecentesco rievoca invece un viaggio della Duse dalla sua casa di Venezia al Brenta:

[…] fra queste grigie settimane di settembre e la prima quindicina di ottobre: il grano è stato battuto e la vendemmia del corbinello, del clinton, del friulano si annuncia dalle frasche verdeggianti fuori dalle mescite (seppure i prezzi sian cambiati).

 

La prosa indugia in facili descrizioni di atmosfere, scopertamente intese a evocare colori della grande tradizione pittorica veneta. Una pagina successiva celebra invece La dama d’un salotto ottocentesco, Donna Vittoria Cima. La cui memoria si affaccia nella «Cronaca di Milano» a seguito della distruzione per bombardamento del palazzo Trivulzio, sede dell’«ultimo tipico salotto aristocratico del secolo scorso». Una dama aristocratica priva di “tronfia alterigia”, ma poco disposta ad ammettere nel salotto i borghesi, salvo che non brillassero per alti meriti culturali (10).

L’immagine di Eleonora Duse immersa nelle visioni campestri d’un autunno sul Brenta, un po’ di maniera, si presenta così tra i brandelli di un atteggiamento ammirato, rispettoso, sottomesso nei confronti di una pur frusta nobiltà. Secondo un vezzo tanto diffuso anche nell’Italia proletaria e fascista.  La tempra combattiva delle donne fiorentine o il furore dell’eroina in terra d’Africa sono in certo modo depotenziati dai fondali rassicuranti e nostalgici di un ordine familiare e sociale quanto mai tradizionale.

«Nella normalità, i problemi sociali non interessano la donna che il fascismo vuole tutta dedita ai figli ed alla casa», leggiamo in un opuscolo della propaganda fascista risalente appunto al settembre 1944 (11). Tale è la morale tracciata per la donna nel regime, coerente con tradizioni di lungo periodo, con i costumi e gli usi dell’Italia e dell’Europa coeve, entrambe ben lontane ancora dall’essere investite da un processo di modernizzazione che renda accetta una raffigurazione della donna diversa, autonoma, autosufficiente.

Per la mobilitazione delle donne il fascismo repubblicano deve così affrontare un processo difficile, deve misurarsi con la sua stessa ventennale predicazione, tanto più radicata in quanto aderente al sentire comune, alla rappresentazione più banale e diffusa della donna. Per il fascismo repubblicano, se vuole costruire una atmosfera di entusiasmo e di mobilitazione totale, la partecipazione femminile rappresenta un passaggio cruciale al fine di cementare attorno al partito e alla sua ideologia non solo i suoi fedeli ma l’intera popolazione.

E partecipazione femminile significa ormai che anche la donna deve armarsi, in contrappunto con la debolezza dei tiepidi e dei vili.

«Quando s’ode l’argentina voce delle Centurie femminili che avanzano cantando», scrive il giornale della milanese Brigata Nera “Aldo Resega”, celebrando la cerimonia commemorativa della riapertura del Fascio a Milano, che era avvenuta il 16 settembre 1943,

la folla che si assiepa ai margini della strada ha un moto di curiosità. Osserva muta, quasi sbigottita tutte queste donne che gridano alto al cielo il loro consenso, e poi prorompe in un grande applauso […]. Quanta virilità vi è nella vostra grazia! E che magnifico esempio di coraggio e di fermezza date, voi donne, in questo momento di dilagante mascolina vigliaccheria!

 

Prima della sfilata, scrive il giornale, alcune ausiliarie avevano voluto ricevere la comunione.

Queste fanciulle, quando col capo ricoperto dal velo, si sono inginocchiate dinanzi all’ Officiante, hanno offerto uno spettacolo di grazia e di pietà; così come quando, poco dopo, fiere dell’uniforme che indossavano, sono sfilate col capo eretto, per le vie di Milano, hanno dato prova della loro fede e del loro coraggio (12).

 

Il giornale della Brigata Nera si guarda bene dal rendere esplicito il fatto che le “Centurie femminili” sono costituite da “ausiliarie”; intende invece suggerire che si tratta di volontarie destinate a impugnare le armi. Né certo traspare da questo, come da altri testi, che spesso si trattava di un personale arruolato nel Servizio ausiliario femminile in base a una circolare burocratica che faceva obbligo a tutte le impiegate del Ministero delle Forze Armate di aderire al saf, pena il licenziamento.

Ma la stampa del partito attribuisce a queste donne grazia, ardimento, risoluzione “virile” e devozione religiosa: le virtù si intrecciano per costituire un ponte tra il passato e il presente, senza pregiudicare il futuro. Che – ove sarà pace – viene vagheggiato nei termini più tradizionali e tranquillizzanti.

«Quando avrà termine questo conflitto di ideologie potremo chiudere la parentesi» e «sentirci pronte alla missione da Dio affidata alla donna; allora solo, in una Patria onorata se non grande, i figli potranno nascere da noi» (13).

Non c’è tuttavia solo la mistificazione del volontarismo coatto. In più di un caso, quando la parola è affidata alle donne stesse, possiamo cogliere anche un disprezzo latente verso le capacità femminili. «[…] in generale» scrive una non meglio identificata Isa, collaboratrice di più giornali della Repubblica,

prescindendo da sentimento, sensibilità e preparazione, la donna per semplici istinti biologici e perciò da scarni moventi istintivi, è portata a un imponderato senso di sacrificio capace di svalutare reali percezioni di diretti bisogni, tangibili riconoscimenti di interessi propri, spontanei sensi di timore […]. La dinamica vita attuale, in più, la nostra caratteristica di essere completamente assorbite da un lavoro e la nostra incapacità mentale ad una giusta sintesi, hanno inevitabilmente distolto molte donne dal pensiero del perchè di una esistenza, quindi dalla ricerca di una propria funzione.

 

Il compito della donna, per la sua “incapacità mentale”, è invece per sua natura educativo e famigliare. E pertanto:

[…] dobbiamo scorgere nei provvedimenti promossi dalla rsi nel campo del lavoro principi che, garantendo al prestatore          d’ opera una giusta retribuzione, saranno in grado di riportare con la pace la donna a svolgere la sua attività precipuamente tra le mura domestiche, non più preoccupata da dure necessità economiche familiari; provvedimenti che inoltre sapranno ricondurre nella casa femmine rese tali (estranee alla vita casalinga) solo da una esuberanza antisociale di mezzi economici a disposizione (14).

 

Anche il populismo del progetto socializzatore viene piegato alla mistica del maschio bread winner.

Ma per ora, nella tragica congiuntura della guerra civile, il fascismo repubblicano non può nemmeno escludere la violazione dei caratteri più sacri della donna, fino a volerla armata e schierata sul fronte di guerra. Un articolo di Pettinato su «La Stampa» aveva auspicato, fin dal febbraio 1944, la costituzione di battaglioni femminili.  Solo figure create dalla propaganda, o testimoni di una vera esperienza intensamente vissuta? È difficile rispondere quando ci si confronta con un panorama in cui poche sono le fonti dirette. A differenza delle donne che presero parte alla Resistenza, le quali sia pur tardi “hanno preso la parola”, le militanti dell’Idea difficilmente sono uscite dal silenzio.  Probabilmente perché – ancor più di quanto non sia avvenuto per le donne dell’antifascismo – furono oggetto della denigrazione morale e sessuale.

La donna “collaborazionista” è stata per definizione, nella letteratura e nello stereotipo, donna di facili costumi, che per denaro o per piccoli vantaggi materiali si vende allo straniero; o che per vizio si accompagna ai personaggi più feroci delle milizie repubblicane. L’immagine predominante delle donne fasciste repubblicane è stata forgiata dalla “leggenda nera” dell’attrice Luisa Ferida che con il suo compagno Osvaldo Valenti avrebbe assistito alle torture dei partigiani, in una viziosa atmosfera intrisa del fumo di sigarette e di profumi, in una profusione di gioielli e droghe.

E d’altra parte le testimonianze rese dalle “ausiliare” parlano di appassionato amor di patria e della volontà di riscatto con una adesione profonda alle tematiche agitate dalla propaganda. In misura ben maggiore di quanto non facciano le memorie e le rielaborazioni letterarie dei loro omologhi maschi. Escludono la possibilità di scendere in motivazioni più personali, che non siano quelle della fedeltà alla tradizione famigliare, agli insegnamenti della scuola, alla passione per la magica figura del Condottiero. Al confronto sono meno condizionate dall’ideologia le parole e le storie delle donne partigiane.

Aveva tredici anni “Lisa”, Elisa Princi, nata De Ros, classe 1928, operaia, quando con la madre fu arrestata dai tedeschi e dalle Brigate Nere perché rivelasse dove erano andati i suoi fratelli, partigiani. «Un mese di botte», poi fu spedita a Dachau; ma riuscì a scappare lungo il percorso e raggiunse il Collio: «Facevo da corriere, portavo delle carte, delle lettere di qua e di là …». Mandavano lei perché era «ancora quasi una bambina. A te nessuno bada. Tu puoi rischiare.

E io andavo: scalza, sola, anche con il buio. Portavo ordini» (15). Lo struggente eroismo di Lisa si inquadra in un uso delle donne per la guerra che va cancellando ogni pietà, come testimonia la freddezza con cui Giorgio Amendola annota: «Nello stesso luogo dove era stata impiccata una nostra giovane compagna, il giorno seguente i Gap hanno giustiziato una donna che faceva la spia per i tedeschi e i fascisti»(16).

Ancora una volta, dunque, solo vittime sacrificali, agenti segreti, informatrici, portaordini; indifese di fronte alla violenza dei maschi guerrieri?

Per le donne che rompevano la disciplina del silenzio e della sopportazione, la via era tutt’altro che facile. Le donne che vissero nelle formazioni, malgrado esistesse una morale piuttosto rigida, rispettata in virtù di un codice sociale riconosciuto (17), si trovarono in difficoltà all’uscita dalla guerra:

Io ero la sola donna del distaccamento. Tra noi c’era un rapporto proprio di famiglia, una cosa meravigliosa, che nessuno poteva credere. È facile dire di una donna “Fa la puttana”, quando vive con mille uomini. […] Insomma io lo sapevo e ho accettato tranquillamente che dicessero che facevo la puttana […] Io non ho potuto partecipare alla sfilata, i compagni non mi hanno lasciata andare […] Poi ho visto Mauri, tutti distaccamenti di Mauri con le donne che avevano insieme. Mamma mia, per fortuna che non ero andata anch’io! La gente diceva che erano delle puttane (18).

 

E dopo… dopo il discredito, il silenzio: «Scrivono in tanti su quel periodo», osserva amaramente Neli Benissone Costa (Vittoria) che racconta di sé ad Anna Maria Bruzzone e a Rachele Farina. «Certo noi donne siamo più restie a parlare. Tanto gli uomini sono pieni di loro, tanto le donne preferiscono tacere» (19). Il suo sentire è condiviso da tante; ma in questi termini si potrebbe anche dire che parzialmente si confonda con la più generale delusione che fu condivisa da molti, sia uomini sia donne, per gli esiti della Resistenza. Sarebbe tuttavia una sottovalutazione tanto dell’evento quanto di un elemento costituivo dell’immagine e del ruolo della donna nella società del tempo (posto che il nostro sia diverso): l’esclusione della donna dalla cittadinanza, o quanto meno la sua riduzione a soggetto imperfetto in quanto inadatto a portare le armi (20).

Ma la Resistenza, appunto, fu per tante donne la rottura di quello schema, un processo che – attraverso la sospensione delle regole, imposta dalla grandezza del conflitto – offrì inattesi spazi e orizzonti:

Per noi donne andare in guerra ed imparare nello stesso tempo la politica è stata una sconvolgente scoperta. La scoperta che la vita era, poteva essere qualcosa che si svolgeva su orizzonti molto più vasti rispetto a quelli conosciuti. Che esisteva un’altra dimensione del mondo. È stato quindi un vento che ha modificato la nostra stessa idea di vita, è stato prendere a pensare in grande (21).

 

La partecipazione alla guerra di Liberazione le obbliga anche a portare le armi, a essere quindi pronte a uccidere. «Ancora oggi mi reputo fortunata di non aver dovuto uccidere» (22). Così ribadisce Tina Anselmi, ricordando che aveva con sé – nelle sue missioni – una pistola. Per lei si potrebbero accampare anche motivazioni religiose (che furono condivise anche da molti uomini cattolici). Ma la riluttanza delle donne all’uso delle armi emerge anche dai ricordi di tante altre donne, forse modificati o addolciti dalla necessità di adeguarsi all’etica restaurata del post-Liberazione. «Ho visto partigiane combattenti che si esponevano continuamente ai colpi nemici perché facevano la spola tra i partigiani in postazione e i depositi, portando armi e munizioni. Esse però non sparavano mai» (23).

É indiscutibile che nelle ideologie e nei programmi della Resistenza si afferma e domina il diaframma protettivo tra le donne e la guerra, il mito consolatore della madre che non uccide, ma procrea e protegge.

Nella memoria delle donne che alla Resistenza hanno partecipato non si cancella tuttavia quel sentimento della vita e della felicità, che drammaticamente contrastava con “l’impatto con la morte”, “la crudeltà della morte” da cui erano circondate. Narra una staffetta che, durante un viaggio tra Milano e Torino per portare documenti, un bombardamento piomba sul suo treno:

Mi butto giù dal treno, così come viene, e finisco in un prato. Mi buttavo sempre a terra col mio corpo sopra la valigia dal doppio fondo. C’erano documenti, cose importanti che dovevo portare al Comando di Longo. Così – dicevo – colpiscono me, ma almeno salvo quello. Mi butto nel prato. Era primavera e nel prato c’erano delle viole, delle viole! E io … talmente mi piace la natura … mi faccio un bel mazzetto, durante tutto il bombardamento […]. Si rischiava la morte, però talmente c’era la gioia di vivere! Delle volte io leggo che i compagni eran tetri. Non è vero. Eravamo sereni. Anzi, eravamo proprio felici perché sapevamo che facevamo una cosa molto importante (24).

 

Ma questo amore per la vita e questa sensibilità per la bellezza sono costrette a convivere con esperienze – le torture, le violenze sessuali, le morti – che, a distanza di anni ancora, appaiono indicibili. Gli stessi eventi, soprattutto «quelli che riguardavano le sfere delicate del corpo e della sessualità» (25,) non sembrano più accertabili, vengono rimossi e lasciano solo una cicatrice dolorosa, che non conosce rimedio. Come ha scritto Luisa Passerini, «Le donne torturate e stuprate sono emarginate, tenute a distanza, in quanto “contaminate”: l’umiliazione incancellabile e il dolore che ne consegue si perpetuano nel silenzio e nella solitudine»(26).

 

1. insmli, La mia guerra, 5, f. 529.

2. Ivi, 8, f. 911.

3. Ivi, 32, f. 4114.

4.Ivi, 8, f. 853.

5.Ivi, 1, f. 73.

       6.“Quando io avevo la tua età, c’era la guerra. Ricordando fascismo, guerra e Resistenza a Breia e Celio” ricerca condotta da Alberto Lovatto con (e per) la Scuola elementare di Celio,  http://www.storia900bivc.it/pagine/breia/breia2c.html

7.Testimonianza di Caterina Montino, in insmil, La mia guerra, 2, f. 147.

        8 .Una settimana dedicata all’eroico contributo delle donne italiane alla Patria in armi, e Notiziario della Federazione, «Il pomeriggio – Corriere della Sera», rispettivamente 15- 16 e 18-19 settembre 1944.

9. isrecbg, Stampa non periodica nazifascista

10.Gualdo, Settembre sul Brenta. Documentario settecentesco, e Vecchia Milano. La dama d’un salotto ottocentesco, «Il pomeriggio – Corriere della Sera», 16-17 settembre

11. Gonella La donna e la politica, «Donne d’ Italia», a cura dei Gruppi femmi- nili fascisti repubblicani, n. unico, pp.12    [sett.1944].

  1.   D.L., Il fascismo milanese celebra in armi il primo annuale della sua rinascita, Brigata Nera «Aldo Resega», 22 sett. 1944.
  2. Isa, Ragazze alla X° flottiglia Mas, «Libro e moschetto» 2 1944.
  1. , Donne ascoltate, ivi, 5 febbraio 1944. Sul «Popolo del Friuli», quotidiano di Udine in occasione dell’apertura della settimana della donna, una serie particolarmente fitta di articoli che ripetono i temi della propaganda nazionale: «Il popolo del Friuli» del lunedì, 18 settembre 1944, motto «Col duce e per il duce». Fierezza eroica delle nostre donne, Rachele Ferrari del Latte racconta che le donne di tutte le regioni stanno dando magnifici esempi di combattività e di fede. Ivi, Impressioni di un’ausiliaria Incontri e scontri: mentre in Giappone e in Finlandia le donne combattono da tempo, si pensava che in Italia ciò non fosse possibile o per educazione o per sottovalutazione delle donne; ma quando tutto crolla e gli uomini si dimostrano deboli allora la virtù delle donne italiane si impone. La cosa più interessante, secondo il giornale, è vedere le reazioni degli “eleganti imboscati”, atterriti dal piglio guerriero e dalla fede patriottica delle ausiliarie. «Con i militari invece, non quelli da troppo tempo annidati negli uffici dei comandi, ma gli autentici combattenti che partono o vengono dal fronte, il cameratismo nasce immediato e spontaneo. Si comincia col bottone spenzolante o con la macchia da levare e subito sgorgano naturali i ricordi, gli sfoghi, le fiduciose confidenze». Ivi, Ammaina bandiera al campo delle graduate delle piccole e giovani italiane – L’accademia femminile di educazione fisica: annuncia che riprendono i corsi dell’Accademia di Orvieto. «Il popolo del Friuli», 19 settembre 1944, p. 2, Cronaca di Udine, Valore spirituale della disciplina, di Ausiliaria Ornella Puglisi.

15. Perco Jacchia, Un paese la Resistenza. Testimonianze di uomini e donne di Lucinico/Gorizia, ifsmli, Udine Del Bianco, 1981: la testimonianza di “Lisa”, Elisa Prin- ci, nata De Ros, classe 1928, operaia, partigiana della Divisione Garibaldi Natisone. La cit. a p. 58.

16. Amendola, Lettere a Milano, cit., p. 389.

17.«[…] non c’era alcuna promiscuità, perché se pur imbracciavamo i fucili, subi- vamo un notevole controllo sociale» ricorda Tina Anselmi, in Anselmi con A. Vinci, Storia di una passione politica, Milano, Sperling & Kupfer, 2006, p. 69.

18. Testimonianza di Teresa Fenoglio Oppedisano (Trottolina) in A. M. Bruzzone, R. Farina (curr), La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi, Milano, la Pietra, 1976.

19.Ivi, 61; Anna Cinanni (Cecilia) e Albina Caviglione Lusso: «Allora le donne non hanno saputo farsi valere, prendendo magari posti chiave nelle organizzazioni. Le donne, che avevano fatto tanto, erano restie a parlare, a prendere la parola nelle assem- blee», p. 71.

  1. Bethke Elshtain, Donne e guerra, Bologna, Il Mulino, 1991 e l’Introduzione di Chiara Saraceno.
  2. Marisa, Donne e Resistenza: una sconvolgente scoperta, in Contadini e parti- giani. Atti del Convegno storico, Asti, Nizza Monferrato 14 – 16 dicembre 1984, Istituti per la storia della resistenza di Alessandria e di Asti, Edizioni dell’Orso, Alessandria 1986; Id., Essere dentro la storia. Scelta politica e appartenenza di genere nell’esperienza di una par- tigiana, «Italia contemporanea», marzo 1995, n. 198.
  3. Anselmi, Storia di una passione politica, cit. p. 32. Poco dopo Tina Anselmi ri- ferisce anche che Giuseppe Di Vittorio le confidò di avere molto sofferto per aver dovuto uccidere un tedesco al fine di sfuggire alla cattura (ibidem p. 33).
  4. Caviglione Lusso (Laura) in A.M. Bruzzone, R. Farina (curr.) La Resisten- za taciuta, cit. p. 69; la testimone si riferisce a quella che chiama la “battaglia di Monte Soglio”, nel Canavese, che presumo sia quella svoltasi il 7 settembre 1944

24.Teresa Cirio (Roberto) in ivi, pp. 81-

25.Bertolotti, Le donne mantovane negli archivi della Resistenza, in V. Catania (cur.), Donne partigiane, Istituto veronese per  la storia della Resistenza e dell’età contem- poranea – Istituto mantovano di storia contemporanea, Verona, Cierre, 2008, p.         77; l’au- trice si rifà alle indicazioni di Carlo Ginzburg.

26. Passerini, Memoria e utopia. Il primato dell’intersoggettività, Torino Bollati Boringhieri, 2003; su questi temi    l’appassionato saggio di G. Bertacchi, Una memoria di confine: tra parole e silenzio, tra storia degli uomini e storia delle donne,   in V. Catania (cur.), Donne partigiane, cit., p.17.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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